
Il caldo, quell’anno, aveva deciso di fare sul serio fin dal primo giugno del ’60. Un caldo da far implodere i sanpietrini, un brodo denso che le finestre spalancate su vicolo del Montonaccio non facevano che rimescolare pigramente, senza alleggerire l’aria greve di presagi. Io, sprofondato in un divano viola che sembrava assorbire ogni spiraglio di frescura, sudavo un’inquietudine indefinibile, cercando di tappare le orecchie al bisbiglio concitato che serpeggiava dall’altra parte della casa, un brusio interrotto, di tanto in tanto, da un lamento sommesso che aveva il sapore di sciagure incombenti. Mi inabissavo sempre più nei cuscini, come in attesa di un evento catastrofico, e quella nascita imminente mi pareva l’annuncio di una qualche ineluttabile perdita. Proprio mentre un piccione, con la sua solita aria da chi è perennemente in ritardo, tentava un atterraggio maldestro sul davanzale, la voce squillante della levatrice ruppe il silenzio, un’affermazione perentoria che invase ogni angolo della casa: “Enrico… Enrico vieni, dai, vieni subito a vedere tuo fratello, è bellissimo!” Ora, quel grumo urlante, ancora legato a un cordone ombelicale che penzolava come un’appendice grottesca, tutto poteva sembrarmi fuorché “bellissimo”. Qualcosa allo stomaco, un rigurgito di bile amara, mi spinse fuori da quella stanza satura di un odore dolciastro e acre insieme, un vago sentore di sangue e di piscio. Stavo per cedere, per vomitare l’angoscia. E fu così che fece il suo ingresso Andrea, nato, si diceva, con la camicia e con un peso che sfiorava l’incredibile. Bellissimo per l’ostetrica, forse meno per mia madre, e ai miei occhi di dodicenne, semplicemente una “cosa”, un’appendice inattesa e, a dirla tutta, piuttosto repellente. Il mio regno di figlio unico e prediletto si sgretolava in quell’istante preciso. E non potevo ancora immaginare quante gomitate avrei dovuto sferrare per ritagliarmi un misero spicchio di attenzione. Diciotto mesi, non di più, e quel grumo già sgambettava per casa, una piccola ombra petulante che mi inseguiva ovunque. “Sole mio, sole mio…” strillava con una vocina stridula che mi irritava i nervi. Non c’era rifugio, non c’era scampo. Tentai di tenerlo a distanza con una ruvida noncuranza, senza mai fargli realmente male, ma la sua presenza costante, il suo pianto lamentoso, erano come una fastidiosa zanzara conficcata nel cervello. Ancora pochi anni, forse uno o due, e ci trasferimmo in via Cortina D’Ampezzo. Mia madre, di nuovo incinta, aveva decretato che quella splendida casa in centro non era più adatta a contenere due marmocchi e un adolescente in piena ebollizione ormonale. Nel frattempo, senza che nessuno se ne accorgesse davvero, io ero diventato un nevrotico adolescente, irrequieto come sempre, ma con l’aggiunta dei primi, confusi turbamenti dell’età. Un adolescente reso quasi idrofobo da quella piccola creatura adorante che mi gravitava costantemente intorno. Così, un giorno in cui ero riuscito a sgattaiolare fuori per una vana caccia di moscardini nei boschi circostanti, lui mi seguì. E quando si rese conto di essere abbastanza lontano da non poter essere costretto a tornare indietro, mi raggiunse radioso, enfatico nella sua tutina di jeans, gli stivali gialli improbabili e una giacchetta di pelo che lo faceva assomigliare a un piccolo yeti. Iniziò subito a saltellare felice in un rigagnolo d’acqua torbida che scorreva al centro di quella che non era ancora l’elegante tratto finale di via della Mendola. Canticchiava con una gioia ostentata: “Tanto c’ho gli stivali, tanto c’ho gli stivali…”. Il ritornello gli si strozzò in gola, inghiottito dalle acque luride di un tombino scoperto. Riemerse imbrattato di liquami, tossendo e sputando il disgusto di ciò che aveva involontariamente ingerito, cercando disperatamente di aggrapparsi ai bordi scivolosi. Potevo lasciarlo lì, conciato in quel modo, immerso nella melma? No, non potevo. E infatti lo tirai fuori, lo riportai a casa, incapace però di reprimere un ghigno maligno al ricordo del suo infantile trionfo: “Tanto c’ho gli stivali…”. Lo schiaffo sonoro della governante slava mi riportò bruscamente alla realtà: “Devi badare a tuo fratello, quando lo porti con te”.
Era il 1965 quando ci trasferimmo a Vigna Clara. Andrea aveva cinque anni, Marco due, e io ben diciassette. L’età dei turbamenti, dei primi, goffi approcci amorosi, e quei due sempre tra i piedi… una presenza insopportabile. Arrivai a chiuderli nella loro cameretta, Andrea a volte persino legato alla spalliera del letto. Ricordo ancora quel giorno fatidico in cui Rosalia, una focosa amichetta argentina, si presentò a casa con l’intenzione (e la promessa) di iniziarmi ai misteri del bacio e di qualcosa di più. Era la mia prima volta, e ne fui più turbato che compiaciuto. Ero stordito, confuso, ma mi ripresi appena in tempo per liberare i due prigionieri, mentre già sentivo il rumore della chiave nella toppa. Un generoso pezzo di cioccolata sigillò la complicità di Andrea e il silenzio di entrambi. A quell’età, la casa mi appariva come una prigione. Sbrigavo svogliatamente i compiti scolastici solo per poter fuggire, andare fuori, a cercare un vago posto nel mondo. E arrivarono gli anni bui, gli ultimi di mio padre, lo strazio di una fine annunciata, il dolore sordo e crescente di mia madre. Non riuscivo più a stare in quella casa, ma neppure a starne lontano. Presi ad anestetizzarmi con qualunque cosa potesse offrire un effimero oblio: marijuana, pasticche, alcol. Poi mio padre ci lasciò. Io e mia madre continuammo a lungo ad apparecchiare per cinque, un’abitudine dolorosa, finché la vitalità prepotente della giovinezza mi strappò alle stampelle chimiche e mi salvai. Era il 1972. Andrea aveva ormai dodici anni, Marco nove. Mio padre era morto da tre anni e i miei fratelli venivano ospitati ogni estate a Paestum, in un grande albergo sulla costa di proprietà di un amico di famiglia. Mia madre, impegnata con la sua scuola di danza, assoldò una giovane babysitter, poco più che ventenne, per badare a loro. La ricordo come una ragazza graziosa, ma con una certa ingenuità che la rendeva vulnerabile. Andrea, con la sua precoce sfrontatezza, le raccontò di avere diciotto anni e riuscì a convincerla che il suo compito era solo quello di sorvegliare Marco, perché lui era “grande” e capace di badare a se stesso, ma non certo al fratellino. Faceva il gradasso, ovviamente, ma con un’abilità manipolatoria sorprendente. Li ritrovai abbracciati, nudi nel letto della stanza che condividevo con i miei fratelli. Non potevo credere ai miei occhi, ma la scena era inequivocabile. Lei, coprendosi pudicamente, mi disse di amarlo follemente. Come avrei potuto trattenermi? Le rivelai la verità, l’esatta età di Andrea. Lei impallidì, sgranò gli occhi e quasi svenne. Si coprì il viso rigato di lacrime e, avvolta nel lenzuolo, fuggì via dalla stanza. Volevano cacciarla, forse persino denunciarla per violenza sessuale su un minore, ma Andrea era già più alto e grosso di me: la difesi facilmente, anche perché era evidente che la vittima, l’abusata e l’ingannata, era proprio lei. Non era nuovo, il mio fratellino, a certe “esplorazioni”. Già da piccolo l’avevo sorpreso mentre smanettava curioso nelle mutandine di Gill, la sorellina di un mio amico americano. E Gill aveva uno o due anni più di lui. Non dissi nulla allora, e neppure quando gli chiesi di andare a prendere con la sua fiammante Matrà una modella francese con cui avevamo uno shooting a Somaini. Si trattava semplicemente di arrivare alla fermata Muratella del treno Roma-Fiumicino, quindici minuti al massimo. Arrivarono trafelati dopo circa un’ora, lei con dell’erba tra i capelli, gli abiti piuttosto in disordine, lui sorridente e tranquillo. Ciò che era successo era fin troppo chiaro, ma gli sguardi complici e i sorrisetti tra i due ci dissuasero dal protestare. In fondo, ciò che accadeva tra loro non erano affari nostri. Lei chiamò per diversi giorni, cercandolo, poi, non trovandolo mai, se ne fece una ragione e non la sentimmo più. Andrea era così, poco incline agli impegni a lungo termine, facile all’entusiasmo e altrettanto rapido a cambiare idea, ad abbandonare tutto inventando, a volte, scuse e pretesti al limite dell’incredibile… un guascone impenitente. Ha sempre avuto una fervida fantasia, una creatività verbale inesauribile, che lo portava spesso, troppo spesso, a raccontare storie assolutamente inverosimili, anche se, a volte, incredibilmente vere. Non sono mai riuscito a distinguere con certezza il confine tra la realtà e le sue elucubrazioni. Solo un impercettibile mutamento nel ritmo del suo respiro tradiva la sua spudorata menzogna. E se per caso indovinavo e lo punzecchiavo, lui, sentendosi smascherato, si trasformava repentinamente in una belva rabbiosa e ingestibile. Molto meglio, quindi, fingere di non accorgersi dell’inganno e lasciarlo nella sua illusione di successo. E visto che era ormai diventato un uomo, dai modi spicci e dalla corporatura robusta, perché contrariarlo? Mai decisione fu più saggia.
