
È una storia incredibile, un incrocio tra un noir di quelli sporchi e un’avventura salgariana finita male. Metà anni Settanta. Iniziai a fare il broker così, quasi per caso e fu un periodo breve, parecchio intenso e, a dire il vero, decisamente pericoloso. Fu più o meno un anno di deliri e di febbrili trattative: carne congelata dall’Argentina, caffè dal Brasile, intimo e bikini (sempre dal Brasile), tonno in scatola e banane dall’Ecuador, vagoni di tessuto jeans e… sorpresa: una nave di gasolio dal Venezuela. Un amico, che sapeva di cosa mi stavo occupando e che probabilmente voleva aiutarmi, mi mise in contatto con un armatore venezuelano. Un tipo particolare, forse anche un po’ imbroglione — beh, togliamo pure il “forse” — di origine italiana. Costui aveva in progetto di rimettere in funzione una nave da carico ormeggiata sull’Orinoco, un ferro vecchio che negli ultimi dodici anni era servito come garconniere per personaggi di vario rango. Si trattava di una carretta da 8.000 tonnellate, nazionalizzata dal Governo decenni prima ma mai utilizzata se non come, appunto, casa d’appuntamenti. Era un miraggio bizzarro: tendine rosse alle cabine, quadrato ufficiali trasformato in discoteca, ovunque lampadine rosse, pareti rosse. Il rosso, evidentemente, fa sangue, sesso. Insomma: era stata una nave a luci rosse. Per rimetterla in mare occorreva sostituire i vecchi motori e affrontare manutenzioni serie, indispensabili per i certificatori dell’epoca. Già questa operazione aveva un costo alto, parecchio alto per quegli anni: poco sopra i cinquecento milioni di vecchie lire. L’armatore voleva che gli trovassi, in Italia, un cantiere disposto a concedergli un pagamento dilazionato: pagare la maggior parte del costo in tranches mensili, tramite gli utili derivanti dal noleggio della nave una volta varata. Il cantiere lo trovai, ovviamente, ma chiedeva garanzie: un contratto di nolo con una primaria Compagnia Marittima per almeno due anni. Riuscii a chiudere anche questa partita. Il mio ruolo di intermediario mi avrebbe fruttato il 3% di ogni commessa: un importo, diciamolo pure, “cospicuo” ed esentasse. Ma come potrete immaginare, non mi accontentai. E perché mai farlo, se c’è la possibilità di alzare la posta? La nave doveva arrivare in Europa trainata da due rimorchiatori oceanici; li scovai a Miami per “soli” 125 mila dollari. Tempi certi e garantiti. Eravamo pronti. Restava da decidere la data, ma dicembre sembrava ottimale: questioni meteo. Sul telex della Compagnia di Miami trovai, tra le altre condizioni, la frase: “Alla data prevista la nave dovrà già trovarsi con le stive da carico piene d’acqua”. Mi posi la doma3nda e mi diedi l’ovvia risposta: una nave a pieno carico è più stabile, il trasporto più sicuro. E lì, mi si accese una lampadina. In Italia c’era l’austerity, il gasolio era un miraggio; il Venezuela è uno dei fondatori dell’OPEC e il costo del carburante, per una Compagnia di bandiera, è basso, assai basso… E se riempissimo le stive di gasolio invece che d’acqua? Non proprio legale, d’accordo, ma insomma… Proposi la faccenda all’armatore. Accettò immediatamente. Avremmo potuto caricare 6.500 tonnellate di gasolio a soli 20 dollari l’una e rivenderle a 120. Un affare incredibile: eravamo soci al 50/50. Sommato al mio 3% del resto, faceva davvero un bel gruzzolo. Anche l’armatore colse l’opportunità e mi comunicò via telex: “Ci sarebbe anche una stiva da 1.500 tons di carico secco sfruttabile”. Cos’altro poteva servirci in Europa? Ma sì, lo zucchero. C’era la crisi anche lì. E l’armatore era comproprietario di un’azienda di frutta sciroppata, lo zucchero non gli mancava. Trovati i compratori, caricammo anche quello. Avrei guadagnato una barca di dollari. Avevo solo 28 anni, un sacco di sogni in testa, tanto Baudelaire e troppo Rimbaud. Comprai una barca a vela, un ketch di 13 metri in acciaio con cui andare in giro per il mondo. Soprattutto in Africa: avrei risalito un fiume fino a una zona dove un agronomo, amico di papà, stava mettendo insieme un bel mucchietto di diamanti (sul posto si trovavano facilmente). Il problema era che, legalmente, ogni pietra era della Compagnia Mineraria Concessionaria, ma se fossimo riusciti a portarli fuori, li avremmo venduti facilmente in Olanda. Era tutto così fattibile, così incredibilmente a portata di mano, che non mi posi il problema dei rischi o dell’aspetto legale. Partii per il Venezuela e poi per Panama, dove avremmo ricevuto le aperture di credito e aprimmo un conto corrente. Sembrava un film; era proprio un film. Approfittammo dell’assenza di controlli sull’Orinoco e caricammo tutto. Preparammo i documenti, ma qualcosa andò storto: l’avidità — quella che non avevamo considerato — di uno dei compratori fece saltare il banco. Perché anche se tutto appariva in ordine, si trattava di un’operazione ben oltre il lecito. La documentazione in banca era completa per qualità e quantità, ma non potevamo esibire il certificato d’origine: si trattava di merce per il consumo interno, calmierata e defiscalizzata. Per il Venezuela: contrabbando ed evasione. Il nostro cliente lo sapeva fin dall’inizio e, cinicamente, decise di fregarci per approfittare della situazione. Non glielo consentimmo. Lui non ebbe il gasolio (che finì venduto in Egitto), l’operazione saltò, io persi un sacco di soldi e anche la barca. Ma in Venezuela e a Panama ho visto e sentito cose a cui non avrei mai creduto. Ho visto vigilantes ubriachi sull’ammezzato della Banca, il fucile puntato sull’ingresso, pronti a sparare su chiunque non somigliasse a un “cliente” o a una persona “perbene”. Ho visto Indios così umiliati dalla loro condizione di ultimi della terra da vivere il colore della pelle come una colpa. Ho visto tagliaboschi bianchi radere al suolo foreste pluviali “protette” e schiavizzare intere comunità, li ho sentiti vantarsi sghignazzando degli abusi commessi su ragazzine acerbe, appena fiorite… Ho visto bene in faccia il male. E anche se non sono stato capace di affrontarlo, almeno posso dire di essere consapevole: quello che ci raccontano sugli ultimi non è un racconto, e nemmeno la sceneggiatura di un film. È la verità. Ed è atrocemente amara.