
La nostra casa sorgeva in un quartiere dove il verde non era un semplice colore, ma una esplosione di esuberante vita vegetale che quasi assediava l’Avenida Paulista. A cinquanta metri da noi, all’angolo con Rua Ribeirão Preto, un albero ancestrale, una enorme Jaca, lanciava sulla terra i suoi frutti pesanti come teste di condannati. Cadevano nel silenzio del pomeriggio, spiaccicandosi sul marciapiede in una guazza orrenda e scivolosa, una palude di zuccheri fermentati dove gli insetti celebravano fastosi banchetti nuziali. Nessun uomo sano di mente avrebbe osato sfidare quella pioggia di meteore organiche, solo noi ragazzini, piccoli spettri impolverati, ci avventuravamo in quel cimitero di frutti per raccoglierne i semi: erano amuleti duri e lisci, grossi fagioli magici che infilavamo in collane o lanciavamo con le fionde contro le finestre spalancate delle case, cercando di rompere il silenzio dell’indifferenza e del mondo. Ero un bambino compresso, un’anima in pena pigiata in un barattolo troppo stretto, e le mie ribellioni erano scatti meccanici di un ingranaggio sul punto di esplodere. I miei genitori non erano esseri umani, ma divinità dell’aria, che all’alba sparivano nei templi del Ballet IV Centenario, dove mia madre, l’Étoile dai piedi di vento, consumava i suoi giorni tra esercizi propedeutici alle coreografie di Aurélio Milloss, mentre mio padre, preda di sogni scenografici, costruiva mondi di cartapesta. Io, invece, rimanevo come sospeso nel tempo. All’asilo, ogni mattina, un albero di Jabuticaba mi accoglieva come un vecchio parente, offrendomi i suoi acini neri che nascevano direttamente dal tronco, come se il legno stesso stesse sudando perle di dolcezza. Mi ci portava la Rita, una visione, una baiana di diciotto anni che camminava avvolta in turbanti di seta e sorrisi che profumavano di acarajé. La Rita era circondata da una corte dei miracoli fatta di camionisti: il messaggero delle consegne, l’uomo dell’immondizia e, sopra tutti, il cavaliere del fuoco. Quando arrivava il camion rosso e cromato dei pompieri, il mondo si fermava. Mi mettevano al volante di quella bestia scarlatta e, mentre io simulavo rombi di motori celestiali, loro si scambiavano baci così appassionati che avrebbero potuto incendiare l’intera città. Ma cosa poteva importarmene? Io stavo guidando quel mostro cromato verso l’orizzonte. L’incanto svaniva sulla soglia di casa, dove regnava Donna Gilda. Era una nobile genovese decaduta, o forse un fantasma nazista fuggito dalle macerie d’Europa per venire a esercitare la sua pedagogia del terrore nei tropici. Donna Gilda non usava parole, usava rituali di purificazione: se rispondevo a tono, la mia lingua veniva battezzata con spazzolino e sapone; se ero troppo vivace, le scale diventavano un pellegrinaggio di dolore, cosparse di sale grosso che dovevo risalire e scendere in ginocchio, finché la pelle non gridava. Il culmine del suo regno oscuro fu la morte del mio unico amico: un pulcino vinto a una fiera, che avevo visto trasformarsi in un fiero galletto nel cortile di casa. Un pomeriggio, con la freddezza di un boia, lei decise che quello che consideravo il mio affetto era invece cibo. Mi costrinse a testimoniare l’esecuzione, il passaggio dal canto al silenzio, e la sera quel gallo comparve a tavola, vestito di aromi e patate. Mangiai il mio amico sotto lo sguardo distratto dei miei genitori, che erano tornati, proprio quella sera, dai loro regni di danza. Mia madre, mossa da un improvviso sussulto di memoria, si accorse delle mie lacrime e chiese…”ma questo pollo… da dove arriva?” Rita, che l’aveva cucinato, e l’altra domestica brasiliana che l’aveva ucciso lo dissero. Mamma urlò contro quella crudeltà, ricordando le galline salvate dalla fame a Roma quando lei era ancora una ragazzina, ma Donna Gilda rispose impassibile con voce gelida e ineluttabile: «Un pollo è cibo, Enrique deve imparare la differenza tra l’anima e lo stomaco». Donna Gilda mi insegnò l’orrore, ma anche il rigore, mi vietò il gesticolare, il sentimento esibito, la volgarità del dialetto. Di lei non conservo neppure un’immagine, tra migliaia di fotografie, la sua figura è sbiadita, come se la pellicola si fosse rifiutata di imprigionare un’anima così nefasta. Il suo condizionamento fu così profondo che la prima parolaccia della mia vita, un timido e tremante «cretino», uscì dalle mie labbra solo a diciotto anni, facendomi arrossire con il pudore di una novizia che ha appena visto il diavolo in un’inquadratura perfetta.
