Gaudio marino, Addio!

Foto Raíssa Lisboa

Fu a Parma, tra i banchi opulenti di una Fiera Agricola, in quella città gaudente che mi appariva come un eden gastronomico, che il pensiero iniziò a farsi strada. Ma perché, mi chiesi, in mezzo a tanta abbondanza effimera, chiacchiere di successi, di denaro e carriere, whiskey millesimati, tartufi e tagliatelle, non ci fermiamo un attimo a considerare che il mondo intero, persino il mare, quella inesauribile cornucopia di cibo, sta per tirare le cuoia? Ricordo ancora bene gli anni sessanta, quell’epoca ormai lontana, una vera ancestrale “età dell’oro“, quando il mare era ancora una promessa e non una minaccia. Ci dicevano, allora, che i pesci non sarebbero mai finiti, che la risorsa era inesauribile. Pochi anni dopo, appena un battito di ciglia della Storia ed ecco i pescatori lamentarsi: i merluzzi, un tempo giganti, si erano rattrappiti, trasformati in nani da circo. Quelli adatti a diventare baccalà o stoccafisso, le glorie della nostra tavola, ormai ridotti ad un ricordo sbiadito. E allora, per non restare a mani vuote, si decise di stringere le maglie delle reti, pescando così enormi quantità, miliardi di pesci più piccoli. Stesso peso nel sacco, ma un’infinità di vite strappate e neppure tutte edibili. Il paradosso, certamente, è amaramente indigesto: mentre i pesci in mare, con la loro ostinazione biologica, provano a riprodursi, il baccalà sul banco del mercato, ahimè, non lo fa. Al massimo, marcisce, diventa un rifiuto, un problema di smaltimento che si aggiunge al coro dell’inquinamento, vera piaga della nostra sciagurata era. “Mangiamo meno merluzzo”, direte voi, e il problema è risolto. Illusi. Il merluzzo è solo la punta dell’iceberg, sotto la superficie si annidano abissi ben più inquietanti. Ma torniamo al mare, quello dei miei ricordi, quello in cui i pescatori, con una barchetta a remi, calavano un centinaio di metri di rete, per poi tirarle su piene di cefali, marmore, triglie, spigole e qualche bella seppia. Era uno spettacolo andargli incontro sulla riva, quando tornavano a vendere il loro bottino. E oggi? Oggi le reti tornerebbero a riva stracolme di orrida plastica, perché di pesce ne è rimasto poco, quel poco che c’è si cattura solo con mezzi tecnologici sempre più invasivi e costosi, e il pesce, un tempo cibo dei poveri, nel frattempo è diventato un lusso per pochi. E quindi ecco la nostra ultima invenzione: l’acquacoltura. Allevamenti intensivi, gabbie giganti ancorate sul fondo, dove i pesci sguazzano in una prigionia dorata. “Bene!”, esulterete, “salveremo il mare e i pesci selvatici!”. Un ragionamento, ahimè, fallace. Perché questi pesci, per crescere in quelle condizioni innaturali, hanno bisogno di cibo. E cosa gli diamo se non farine derivate da altri pesci, spesso di scarso valore commerciale, ma comunque pescati in un mare che così si depaupera ulteriormente? Non bastasse, queste farine vengono miscelate con altre ancora più economiche e con un generoso corredo di “gustosissimi” antibiotici. Già, gli antibiotici… indispensabili per contenere le malattie infettive che, dato l’affollamento, prospererebbero mietendo vittime e, ovviamente, i profitti delle Fish Farms. Il risultato? Acque putride, luride e fondali coperti da un limo di morte e Il mare circostante trasformato in un deserto. Sono ovunque, dal salmone ai gamberetti, fino all’ultima frontiera: il polpo allevato. È arrivato il momento di fare i conti. Finiremo come Don Falcuccio, lo ricordate? Quella storiella, forse un giorno, ci sembrerà l’unica consolazione. E adesso cosa  ne pensate di questa discesa negli abissi, tra merluzzi scomparsi e polpi in gabbia? Vi fa venire voglia di un’insalata di alghe, per caso?

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