
Mi sentivo come appena uscito dalle medie, vissute nelle grige aule del Virgilio, e l’aria della scuola, densa e severa come l’incenso in una chiesa, non si era ancora del tutto diradata che eccomi, senza nemmeno il tempo di respirare l’aria nuova, ad intaccare il secondo anno del Righi, il liceo scientifico d’acciaio inox di via Boncompagni. Mi sentivo più o meno come un reduce, ma non da una guerra, da una ferrea educazione cattolica (pur non essendo io esattamente un cattolico). Ero solo al primo trimestre ma già stremato dalla severità, quantomeno triplicata di quell’istituto. Quei tre mesi non erano volati, tutt’altro, li avevo subiti come una Quareṣima infinita, lunga grigia e priva dell’allegria di un carnevale che la precedesse. E adesso i risultati erano lì, ad inchiodarmi su quel foglio giallognolo che avrei voluto strappare, fare a pezzi, masticare e inghiottire. Ma le conseguenze, si sa, in certi contesti familiari, hanno la pesantezza di un masso e non lo feci. Così, con l’ansia che mi stringeva lo stomaco in un nodo gordiano, tirai fuori la brutta cosa dalla cartella. Mio padre era pronto, e anche io, nel mio maglione violetto quaresimale, ero pronto a subirne le inevitabili furie, l’incipiente e sicura condanna. Che, ovviamente, arrivò puntuale, con papà imbestialito come un ciclone caraibico e mamma, la sua controparte, assai sconsolata e triste. “Da domani ti trovo un lavoro,” sentenziò Papà. “Basta fingere di studiare. Non vuoi più farlo? Amen. Serve anche manodopera, non solo laureati.” Un lavoro. Adesso. Proprio sotto Natale. Non si poteva aspettare dopo la Befana? No. I piani erano altri, e i piani di mio padre, come spesso accade in tutte le famiglie, non contemplavano appelli. Due giorni dopo ero al primo piano di un palazzo in via Frattina, in un elegante salone da parrucchiere il cui proprietario era un suo cliente – papà era un architetto/arredatore – e il salone di bellezza era stato progettato e realizzato proprio da lui. Indossavo un camice bianco, colletto alla coreana, bottoni perlacei allacciati a regola d’arte. Il mio incarico? Servire, con la leggerezza richiesta, le facoltose clienti… una mano generica al parrucchiere, e poco altro. Non ero neppure l’ultima ruota del carro, c’era chi, neanche più giovanissimo, spazzava via i propri sogni e i capelli tagliati. Ero comunque, anche in quel frangente, un privilegiato… un figlio di papà, ma mi vergognavo come un ladro preso in castagna. Se dovevo scendere per comprare una rivista, toglievo il camice e lo nascondevo, piegato accuratamente con la precisione di un fazzoletto inamidato, per poi reindossarlo prima di varcare la soglia del negozio. Un travestimento continuo, un gioco di prestigio da non svelare. Ero fuori posto, e si vedeva. Timido, riservato, ma non impacciato. E gentile, ma senza la minima traccia di servilismo. E poi, quel mio modo così formale di rivolgermi alle signore sottoposte alla messa in piega, in un italiano perfetto e quasi aulico, sorprendeva le facoltose clienti che, platealmente, apprezzavano l’inconsueto: un ragazzetto capace di esternare, di tanto in tanto, una citazione dotta in quell’ambiente solitamente riservato alla vacuità delle chiacchiere da salotto. Ad essere sincero, non tutte le signore che frequentavano quel salone di bellezza sembravano provenire dalla patria dell’alta società romana, i Parioli o Vigna Clara. C’erano, al contrario, parecchie giovani donne assai belle, il cui vestiario, forse, prometteva troppe ineffabili delizie e il cui trucco era sicuramente un tantino troppo curato e disinvolto anche in quell’ambiente. Arrivavano sempre, quasi con scrupoloso ritardo, vicino all’orario di chiusura, quando la clientela più borghese e canonica aveva già ripreso la strada di casa. Questo sistematico ritardo finiva quasi sempre per prolungare anche la mia giornata di espiazione, ma non avevo davvero di che lamentarmi, visto che con me erano sempre gentili, sorridenti e di gran lunga più generose delle signore di “rango certificato” nell’elargire una graditissima mancia. I risultati della mia sincera gentilezza e disponibilità si materializzarono in cifre importanti e per me una vera manna dal cielo. Tali che, in quasi venti giorni di “punizione”, mi permisero di comprare la bellissima BSA 500 militare che giaceva coperta di polvere e ragnatele in un angolo buio del garage condominiale di un amico di Vigna Clara. Papà non gradì particolarmente la mia soddisfazione e così il 7 gennaio di quell’anno ero di nuovo al liceo. Evidentemente, quel lavoro era stato concepito come una penitenza pro tempore, non come il premio che inaspettatamente si stava rivelando. Saper trasformare le sventure in fortune è sempre stata la mia migliore qualità. Ma quella volta, lo ammetto, fu solo questione di culo, di essere nel posto giusto al momento giusto. A Natale.