Avanti e indietro, non così avanti, ma parecchio indietro.

São Paulo, rua Silvia 418, inverno 1954

Avevo imparato da un ballerino di mamma, del “Balet do IV Centenario”, Raoul si chiamava, a fare gli aquiloni. Carta velina colorata, strisce di canna, filo di cotone. Non serviva altro per far volare i sogni lassù, in alto, sempre più in alto. Spesso i sogni terminavano bruscamente quando incontravano altri sogni, più terreni e aggressivi, che acrobaticamente cabravano e ti tagliavano il filo con i bordi armati di lamette. Questi erano i nostri giochi, da una parte c’eravamo noi, Enrique, cioè io, Xuni, Luis Carlo e Celita Tonda, dall’altra gli scalzi, cioè loro. Chi fossero, da dove arrivassero non lo potevamo sapere. Venivano da laggiù, poco oltre la fine della strada, dopo la curva a destra, dietro il fitto bosco di mimose. Noi raramente arrivavamo al bosco di mimose, lo facevamo solo quando erano in fiore, quando il profumo era inebriante, così intenso che ti lasciava senza fiato. Mai avremmo osato traversare il bosco, il mato, come lo chiamavamo, e vedere cosa ci fosse oltre. Loro, gli scalzi, erano proprio come noi, stessa età, stessa divisa, una canottierina, un paio di calzoncini corti. Nient’altro a parte gli occhietti rapidi e furbi, l’aria scanzonata e la rapidità, la straordinaria rapidità a reagire. Guai a provocarli, mai discuterci. Se accadeva, ma con noi mai è successo, scattavano come gatti, rapidamente armavano mani e piedi con delle lamette, delle Gillette, ed erano guai. Ho assistito a volte a queste dispute, che avvenivano sempre per la pretesa di conquistare un aquilone abbattuto. Erano sempre due scalzi a combattere tra loro. Questi “innocentissimi” bimbi nascondevano addosso delle mezze lamette, anche tenendole in bocca, tra i denti e l’interno delle guance, e quando c’era da “discutere”  le tiravano fuori da non si sa dove, ne prendevano una per ogni mano e una per ogni piede, stringendole forte fra due dita. Così armati eseguivano una specie di danza, una istintiva capoeira e quando arrivavano a colpirsi erano fiotti di sangue, che uscivano dalle gambe e più spesso dalle guance. Si, tiravano a colpire il viso, per marchiare il perdente, per mostrare a tutti chi era il campione, chi era senza sfregi. Poi il vincitore aiutava l’altro, lo sconfitto, a fermare il sangue e se ne andavano insieme, da buoni amici. Uno con l’aquilone conquistato, l’altro con il sangue rappreso. 

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