Travolti da mostruose, irrisolte, passioni

Adoro i pomodori, quelli rossi screziati di verde, piatti e aciduli. Potrei viverci, di soli pomodori, li amo di un amore vero, profondo e, devo dirvelo, mi sento ricambiato. Abitavamo a Monteverde vecchio, in un una villetta dei primi del ‘900  a tre piani, una specie di torretta. Al piano terra una stanza adibita a sala di posa, un’altra con librerie e musica e i due bagni. Una scomodissima angusta scala portava ai piani superiori. A metà scala la camera da letto e più in alto il “living”, cioè una grande terrazza interamente coperta a vetri, esposta agli sguardi di tutto il vicinato, una specie di grossa serra dove passavamo la maggior parte del tempo. Su una parete il camino, da un lato la cucina a vista e gli scaffali, dall’altro, in un enorme contenitore con un paio di metri cubi di terra fertile, curavamo amorevolmente una treppadera, un rampicante che ci eravamo portati dal Brasile e diverse piante di pomodoro, spezie, etc. Insomma, quasi un orto. Nello stesso spazio avevamo il tavolo da pranzo, un trasformista che diventava via via tavolo da riunioni, scrittoio e luogo di discussioni. Chiamarle così, discussioni è davvero riduttivo, un atroce eufemismo: si trattava di violenti litigi, scatenati solo da una forte disparità di vedute. Io e Daniela eravamo travolti da un insieme di forti contraddizioni, ci amavamo, certo, eravamo complici, anche, ma bastava una piccola scintilla, una quisquilia, una minuscola divergenza di opinioni ed erano lunghe, feroci, litigate. Che finivano sempre in appaganti riappacificazioni. La terribile quiete dopo la tempesta, il cui diabolico effetto secondario era protrarre all’infinito la nostra difficilissima relazione amorosa. In casa solo una stanza aveva la chiave sulla porta, il bagno, e a volte, cercando scampo dalle sfuriate della mia personale Erinne, mi ci chiudevo dentro, in attesa della fine spontanea della tempesta. Una volta, c’è poco da dire o spiegare, Daniela non si limitò a restare fuori dalla porta, mi costrinse ad aprire, si sedette sulla vasca e riprese ad urlarmi le sue ragioni. Scappai in cucina, arrivò anche lì. Sapete come sono le Erinni, non si placano mai. Non gli è concesso. Daniela era il tipo di artista tutta un fascio di nervi, sempre sul limite dell’esaurimento nervoso. Se stava preparando un ruolo, un’interpretazione, diventava intrattabile, viceversa se non era impegnata su qualcosa e quindi avrebbe potuto restare serena, entrava in crisi, e quindi comunque intrattabile. Negli anni della nostra convivenza il lavoro era praticamente il teatro Off, le cantine della sperimentazione, dove l’impegno era assai e i soldi mai. Però vuoi mettere la soddisfazione di avere nel curriculum decine di spettacoli e faticose tournée? “Le 120 giornate di Sodoma” di Giuliano Vasilicò, “Stalker” con Victor Cavallo, “ah, Charlot” di Valentino Orfeo, il “Proust” sempre di Vasilcò… e poi le stressantissime tournée con il “Riccardo III” di Carmelo Bene. Il Beat 72, Spazio Zero, Spazio uno, l’Alberico, l’Alberichino, la Piramide, l’Orologio, il Tor di Nona… Roma era tutt’un teatro, una rappresentazione. Ogni sera in scena o comunque a teatro, a seguire un attore, uno spettacolo. Stimolante? Sì, ma anche faticoso, parecchio. Riprendemmo il litigio, io non ne potevo più, persi il controllo, alzai la voce, le mani mai, mica ero matto, avrei potuto rimediare una coltellata. Improvvisamente la stanza si riempì di un fortissimo odore, come se qualcuno si fosse accanito sulle foglie del pomodoro. Ma noi eravamo lontani dal vaso, e soli, il cane e il gatto erano fuori, in giardino. Non ci eravamo (ancora) tirati nulla. L’odore divenne fortissimo, insopportabile. Lo stupore stemperò l’ira e il litigio finì in quel preciso momento. Aprii le finestre. In giardino le nostre due anatre starnazzavano inquiete e i pomodori avevano smesso di profumare.

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