Navigare necesse est.Almeno per me.

L’Aracuan.

Papà, con le sue due Leica IIIf fu responsabile del mio innamoramento per la fotografia, ma anche, suo malgrado, della mia passione per la vela. Tutto inizia a Montevideo, erano i primi anni ’50 e papà si mette in testa di “farsi la barca”, nel senso vero della parola. Acquista il progetto di uno yawl, che si sarebbe chiamato Aracuan, una barca in legno, ovviamente.  Ricordo benissimo la struttura, il cantiere, e il disappunto di mamma per le spese, i costi, che evidentemente lievitavano ogni giorno di più. Era una pazzia, un incapricciamento un’operazione costosa, parecchio costosa. Ma papà era cocciuto, caparbio, prese la patente nautica e si iscrisse ad un Circolo Velico, il Nautilus. Presto si rese ben conto che mantenerla non era proprio cosa semplice. Anzi. Trovò un socio e quando ci trasferimmo in Brasile, a Sao Paulo, gli lasciò in affidamento l’Aracuan. Sempre dividendo le spese di gestione. Fu l’ultima volta che vidi la barca, anche se di tanto in tanto papà ritornò a Montevideo a “trovarla”. Quando verso la fine degli anni ‘50 rientrammo in Italia l’Aracuan rimase in sudamerica e io iniziai a sognare di poterla recuperare, un giorno o l‘altro, attraversare l’oceano e portarla in Italia. Rimase un sogno. Nonno Enrico era un industriale ricco quando eravamo partiti per il sudamerica, ma quando rientrammo era morto da qualche anno e nessuno era stato in grado di gestire le fabbriche, i negozi, le attività e le proprietà. L’azienda di famiglia fallì e tutto fu inghiottito dal fallimento, anche i nostri guadagni in sudamerica, anche il ricavato della vendita della casa di Sao Paulo. Arrivarono anni difficili, duri, papà si ammalò gravemente e poi morì, mamma chiuse i rapporti con il comproprietario di Aracuan, gli lasciò l’intero possesso del bene e si liberò dei costi di gestione. Ma ormai la vela mi era entrata nel sangue, prepotentemente,  troppo era cresciuto il desiderio di vento nelle vele. Durante le vacanze al Circeo, negli anni ‘60, affrontai la navigazione con le derive, azzardai anche più volte la traversata fino a Ponza, roba da matti incoscienti, ma a diciassette anni ti senti immortale, e in qualche modo lo sei. Aracuan mi era rimasta nel cuore, raccontavo a tutti di questa barca a Montevideo, la voglia di recuperarla, di portarla qui. Ma erano solo sogni. Mi sposai, divorziai, e mi diedi da fare, mi impegnai in tanti lavori, il cinema, il teatro, la fotografia. Tutti lavori invidiabili, interessanti, anche remunerativi ma che non mi avrebbero mai permesso di “farmi la barca”. A metà anni ‘70 cambiai vita, mi misi a fare il broker di materie prime e in un momento di particolare successo acquistai un ketch in acciaio di 13 mt, un’occasione ovviamente. Ma non durò, ben presto gli affari presero una brutta piega e dovetti rivenderla. Si può vivere senza barca? Certo, si può, ma perché rinunciare? Nel 1981 a Fiumicino trovai una barca, un sesta classe Ior in lamellare di mogano, uno “one off” progettato da Bertorello. “Non è in buone condizioni, necessita di parecchio lavoro ma è bellissimo. Compriamolo”. Decidemmo così, io e Daniela, poi in cantiere in mesi di lavoro lo rinnovammo completamente e lo varammo. Rieccomi di nuovo a galleggiare. Soffio non era una barca facile, anzi. Pozzetto aperto, armo a ¾, sartie volanti, boma lungo e piuttosto basso sul pozzetto, timone a barra, nessun motore, wc chimico due cuccette striminzite, serbatoio morbido da 60 lt di acqua e un cucinino basculante che riuscimmo a piazzare strategicamente. Un ulteriore cuccetta la ricavammo sotto il pozzetto, così Federico, mio figlio undicenne, sarebbe potuto venire con noi. Per navigare, ovviamente, equipaggio iscritto alla Federazione, e sempre in “allenamento di regata” con lettera del Circolo. Il primo giorno in acqua di Soffio io e mio fratello ci mettemmo a fare bordi sul fiume, tra il ponte della Scafa e la foce, e viceversa: barca veloce, manovriera, entusiasmante… poi un buco di vento, la copertura degli alberi, e finimmo dritti dritti in una bilancia, si, in una rete calata da un trabucco… con il proprietario incazzatissimo che urlava “ma con tanto fiume, proprio qui dovevate finire?” Umiliati e derisi decidemmo di dotare Soffio di un motore, un fb whitehead piede extralungo da 6 cv. Adesso si che si ragionava. Con Soffio siamo andati ovunque, a sud  Ventotene, Ponza e Palmarola, a nord Elba, Giannutri, Giglio… addirittura in Corsica un paio di volte. Abbiamo preso buriane e bonacce, sono finito in acqua più volte per una volante incattivata durante un cambio di bordo sotto spi, abbiamo navigato e rischiato, di giorno e di notte, a comfort zero… ma il piacere di mettere una mano in acqua, di notte e vederla illuminarsi e lasciare una scia di plancton iridescente? Impagabile. E poi l’emozione di incontrare una balena, più grande della tua barca, che quando pensi che ti sta per fare a pezzi, si immerge, a pochi metri da te e sparisce sott’acqua… i delfini, le tartarughe, i pesci luna incontrati e le sardine che, cercando scampo da qualche tonnetto, ti finiscono in pozzetto… il falco che durante una traversata si posa a prua per riprendere fiato. Cose che solo chi ama il mare e ha una barca (piccola) può apprezzare. L’Aracuan ormai è solo una cartellina con il progetto, i disegni dello scafo, della velatura e degli allestimenti, qualche foto in b/n. Esiste e naviga ancora solo nei ricordi del ragazzino che fui.

2 pensieri riguardo “Navigare necesse est.Almeno per me.

  1. Splendido racconto, ho vissuto cose analoghe con un gozzo di 10 m e poi con i windsurf veloci arrivando alle haway..
    Poi, complici i lavori in legno che sai, l innamoramento è seguito costruendo windsurf in compensato Marino 3 mm, vuoti dentro.

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