Bulli, pupe e BSA.

Cri + BSA.

Mi rotolò addosso cadendo dalle ripidissime scale del Falcone, il club che avevamo a Piazza di Spagna, un’umida cantina sotto l’Ambasciata di Spagna. Per essere precisi non mi cadde proprio addosso, ma sul mobiletto che fungeva da cassa. E di turno alla cassa c’ero proprio io. Scoppiai in una risata fragorosa, anche stupida e un po’ cattiva ripensandoci. Lei era alta, bionda, assai bella, e sapeva di esserlo. La mia reazione, affatto simpatica, la colse di sorpresa. Era abituata ad essere circondata di cortesie, di gentilezze, blandita dai ragazzi, non irrisa…e io, invece, ridevo della sua defaillance. La mia totale indifferenza alla sua bellezza, alla sua vertiginosa minigonna le fece saltare i nervi, ma contemporaneamente la incuriosì. Già, le ragazze, sono strane le ragazze, si invaghiscono sempre dei lazzaroni, di chi non le cura, di chi… Non era questo il mio caso, io non ero certamente un maschilista, un macho, anzi, tutt’altro. Intanto avevo solo vent’anni, lei poco più di sedici. Iniziava così, con una testata, e come poteva andare a finire? Mi guardò negli occhi, senza una parola, furente, smisi di ridere, mi scusai. E da lì in poi non mi fu più possibile pensare ad altro. Quella sera, era un sabato, Cristina aveva il coprifuoco alle 23,30, mi fu facile accompagnarla a casa con la mia moto, una BSA residuato di guerra, riveduta e corretta. Lungo il tragitto, non restai indifferente al suo braccio intorno alla vita, al suo petto sulla mia schiena ma arrivati davanti al suo portone non tentai di baciarla. Si stupì, forse, ma io ormai ero preso, allamato e cucinato. Giorni dopo mi diede appuntamento all’edicola di Piazza Pitagora, alle 14,30, non so bene come e perchè ma mi attardai su qualcosa d’altro e solo ad un certo punto mi accorsi che l’ora era già passata da 15 minuti, “figurati se mi aspetta ancora“ dissi tra me e me, mi rilassai e lasciai passare altro tempo. Un’ora dopo il telefono squillò. Era lei, era ancora lì, ad aspettarmi. Mi precipitai, stupito e lusingato del fatto che mi aspettasse così tanto. Nei mesi seguenti diventammo inseparabili, come succede sempre, ci cercavamo in continuazione, andavo ogni giorno a prenderla all’uscita del Mameli, il suo liceo. E poi…quanti baci. Quell’estate decisi di andare da lei, in Adriatico. Io che odiavo la sabbia, gli ombrelloni, le sdraio. Ma non potevo proprio farne a meno. Partii da Roma con l’autostop, ma non arrivai lontano. Ci misi tre giorni per arrivare solo a Foligno e poi lì mi caricò un camion, anzi solo la motrice di un Tir, che andava in consegna ad un cliente sulla costa. Era veloce, “arriveremo presto” pensai, invece al Passo del Furlo, dietro una curva, ci trovammo davanti un altro camion, con il rimorchio carico di bevande. Non ricordo nulla dell’incidente, solo l’impressione di stare sdraiato sull’asfalto, un liquido caldo mi scorreva addosso, il mio sangue, sensazione di luci e ombre e la voce ovattata di una ragazza che diceva “poveretto, è morto, così giovane”. Ero io il morto, ma ero ancora vivo, anche se non potevo dirlo, né farlo capire. Andai in coma, un tempo infinito e indefinito, mi ripresi, mi avevano rimesso a posto per bene in quel piccolo ospedale di Cagli. L’orecchio sinistro riattaccato, una cicatrice sul fianco sinistro creata da una spada di lamiera che mi aveva trapassato, la gamba sinistra, spezzata in più punti, ingessata completamente, fino all’inguine, il piede frantumato e ricostruito. Il mio primo pensiero non appena risvegliato fu “Accidenti, che fregatura, sono ancora vivo” Capita a molti, ho saputo poi, quando escono dal coma. Pochi giorni di tregua, con amici, parenti e paesani, parecchi paesani: avevano assistito all’incidente e mi portavano pesche e uva, mi raccontavano di come mi avevano tirato fuori dalle lamiere del camion. Decine e decine di persone che mi avevano tirato fuori, salvato. Non mi feci domande. Appena mi sentii meglio cominciai a protestare, volevo andarmene, raggiungerla. Mi dimisero per sfinimento, mi ripresi lo zaino, lacero, imbrattato di sangue e di gasolio, e, ridotto com’ero, saltando su una gamba sola, tornai a fare l’autostop. Non aspettai molto, un ragazzo mi caricò, e vedendomi così conciato, il cranio con la parte sinistra rasata e la destra con i capelli lunghi, un po’ tumefatto, ingessato, insomma parecchio malconcio, si impietosì, ma poi si sentì in dovere di chiedermi cosa mi fosse capitato. “Un incidente di moto” gli risposi, “un brutto incidente di moto”. Non ebbi il coraggio di dirgli la verità. Mi lasciò a Fano, ridente cittadina del litorale adriatico, proprio davanti ad un campeggio organizzato. Non avevo alternative, così conciato, e ci andai. Tra lo stupore e la curiosità di tutti, saltellando su una sola zampa, piazzai la tenda nel posto assegnato. Incredibile l’energia che abbiamo tutti a vent’anni. Nei giorni seguenti un prurito che mi tormentava il polpaccio e la gamba, fin dall’uscita dall’ospedale, cominciò a diventare insopportabile, e non c’era modo di grattarsi sotto il gesso. Lo tollerai ancora un po’ di giorni, poi una mattina mi gettai in mare, davanti a tutti i bagnanti, e iniziai a dare grandi coltellate sull’ingessatura fino a distruggerla, apparve una gamba scheletrica, un ginocchio enorme, una gamba interamente coperta di insettini, pidocchi, piattole che ne so, un orrore… uno schifo. Me li raschiai via con la lama, ridendo come un pazzo all’idea che stavo infettando l’intera costiera marchigiana. Chiamarono la polizia e poi l’ambulanza. Poliziotti e portantini mi vennero a prendere in acqua, con la barella. Una scena davvero ridicola. Mi ingessarono nuovamente e tornai al campeggio, senza insettini questa volta. E Cristina era lì, non mi lasciò mai solo, tornava a casa dai suoi solo a dormire. Quell’estate, con due sue amiche, riuscimmo anche ad andare, sempre in autostop, fino a Rimini, per chiuderci in una famosa discoteca. Ero ancora parecchio confuso però, e mentre cercavamo il passaggio dissi a voce alta “ci prenderanno subito, capirai, siamo quattro ragazze…”, le tre ragazze mi guardarono stupite, per poi scoppiare in una risata fragorosa. In discoteca un ragazzotto, un bullo locale, nota la Cri, forse soprattutto la sua minigonna, si avvicina con un fare da chi non deve chiedere mai, lei non lo guarda neppure, lui insiste e a questo punto io mi alzo in piedi, minaccioso, con la testa mezzarasata, i punti in faccia, il gesso, la rabbia negli occhi. Un istante ancora e gli sarei partito di capoccia, gli avrei fracassato il naso. Rinunciò, lo lasciai andare, in fondo sono sempre stato magnanimo.

8 pensieri riguardo “Bulli, pupe e BSA.

  1. E chi se la scorda quell’estate a Fano! Un incubo! Era l’anno del primo uomo sulla luna? Cristina scappò di casa per venire a roma da te. Fece l’autostop e la caricò uno che le mise le mani addosso. Lei aprì lo sportello a si buttò di sotto. Anche li mi sembra che fini all’ospedale. Ti ricordi?
    Certo che te fanno le donne a te!

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  2. Mi ricordo benissimo quando Cristina è scappata di casa da Fano e non me l’ha detto perché sapeva che i tuoi mu avrebbe chiesto dov’era…infatti mi sorella sapeva perché stava in giro con lei, Blasi e Ennio!!! E non me l’ha detto nemmeno mia sorella!

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