Ricordi ascellari

Ettore, come un altro me.

La nostra casa era una babele, fatta di persone, carta e inchiostro. Tra i mobili di quel Brasile d’altri tempi, i libri si accatastavano come devoti in processione, c’era il rigore di Verga, il tormento di Pirandello e le rime argute di Trilussa che, con una certa eleganza, si facevano tradurre in portoghese nella pagina a fianco. Ma il vero tesoro, quello che davvero bruciava tra le mia dita, erano i romanzi di Jorge Amado, il cronista della carne, del sudore e della gioia di vivere, del calore umido di Bahia, là dove il peccato è solo un’altra forma di devozione. Li divoravo quei libri, con la fame di chi morde un frutto rubato, letture già proibite per gli adulti, figuriamoci poi per un moccioso della mia età. Li leggevo nell’ombra, col fiato sospeso, perché se la terribile Donna Gilda mi avesse sorpreso con quelle storie di mulatte focose e gaudenti peccatori, chissà a quale castigo biblico mi avrebbe costretto. Anche i miei genitori cercavano Amado, ma lo facevano sottovoce, con la prudenza di chi maneggia dinamite. In quel Brasile che si proclamava democratico ma aveva l’anima bigotta, quei libri erano merce clandestina, introvabile, amata dagli amici che venivano a casa nostra per scambiarli come se fossero segreti di Stato. Sarebbero finiti al rogo, anni dopo, ma quando ormai noi eravamo già lontani, al sicuro tra le nebbie invernali d’Italia. Eppure, a meno di otto anni, io sapevo già tutto, come avrei potuto restare innocente mentre la vita mi ruggiva intorno? C’era la Rita, la nostra baiana dal sorriso contagioso, che camminava sempre preceduta da un codazzo di spasimanti, regalando baci appassionati ora a uno ora all’altro, con la naturalezza con cui si offre un bicchiere d’acqua. E poi c’era il teatro. Per me, i camerini delle danzatrici non erano luoghi proibiti, ma templi di una rivelazione profana appena trovata. Occhieggiavo quelle ragazze splendide mentre indossavano le sete della scena, ma il vero miracolo accadeva dopo, quando la rappresentazione finiva e loro correvano seminude verso le docce. Restavano i costumi. Erano lì, appesi, ancora pesanti di quel sudore che solo il calore del Brasile sa spremere dai corpi. Io mi avvicinavo, premevo le narici contro la stoffa umida, nelle zone ascellari, e mi inebriavo di quell’afrore delizioso. Sentivo l’odore, il richiamo travolgente e sensuale dei feromoni, un invito selvaggio che mi risultava irresistibile. Ero un bambino, sì, ma la mia curiosità non aveva nulla di angelico, era  invece un turbamento non del tutto mentale, un’inquietudine del sangue che non sapeva ancora darsi un nome, né cercava una consumazione materiale. Poi arrivò il ritorno in Italia e tutto quel calore si congelò. Tornai bambino? Solo in apparenza. La pubertà bussava forte e i fantasmi di quei camerini, i baci della Rita e l’odore muschiato delle ballerine tornavano a tormentarmi nelle notti romane. Trovai scampo nella Biblioteca dell’Ambasciata del Brasile a Piazza Navona, dove passavo i pomeriggi tra i libri, in quella lingua che sentivo ancora scorrere nelle vene. Lessi una versione antichissima de Le Mille e una Notte, senza Aladino né Sinbad, ma traboccante di note intriganti sulle dinamiche tra l’uomo e la donna. Capii allora che i persiani di mille anni fa ne sapevano più di noi, poveri moderni che ci crediamo emancipati quando siamo, purtroppo, solo privi di memoria. In quei mesi sprofondai anche nei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud. Mi trovai d’accordo con quel vecchio viennese su una verità solare: il bambino è un essere sessuato, lo ero stato io, senza freni né pudori imposti. E dato che non volevo finire tra le schiere degli adulti repressi e problematici,  mi ci sono impegnato per tutta la vita. Ma alla fine, ho scoperto che anche Freud faceva solo congetture. La verità non era nei suoi trattati, ma in quel velo di Maya che avevo strappato da piccolo, inebriandomi del sudore sprigionato dalle ascelle di una ballerina.

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