Una strada per nemico

Eravamo in sei su quei prati, io, il cane nero, Parodi e…

Era mattina, presto, dovevo arrivare al liceo ed ero in ritardo, come sempre, stavo scendendo via Cortina d’Ampezzo con il cinquantino Garelli, il mio amato piccolo bolide, i libri fissati sul portabagagli con l’elasticone. All’ultima curva prima del rettilineo che finisce su Sgaravatti, proprio davanti a me, vicinissimo, trovo il retro del 446, l’autobus, per non tamponarlo mi butto a sinistra, oltre la striscia di mezzeria, ma mentre lo sto sorpassando, uscendo dalla curva tutto sull’altra corsia mi trovo davanti un altro 446, in salita. Non ho scelta, accelero e cerco il passaggio tra i due bus, tagliando la strada all’autobus che stavo sorpassando, non ho spazio per manovrare, vado dritto e mi butto giù dalla ripida scarpata. Un salto di una decina di metri, un volo, praticamente. Vedo la cima di una quercia avvicinarsi, scalcio il motorino, lo allontano e attraverso la chioma dell’albero chiuso in posizione fetale. I rami si spezzano, ma mi rallentano e atterro su un enorme roveto centenario che attutisce l’urto e, come una rete, mi cattura e avviluppa completamente, impedendomi ogni movimento. Il mio bel giaccone stracciato, a pezzetti, l’amato Garelli spalmato sulla cima della quercia, libri, quaderni, penne e fogli sparsi ovunque. Mi tirarono fuori i due autisti, più spaventati di me, mentre io, anche così ridotto, ridevo come un matto. Lo shock, la paura, ma non mi ero fatto niente, solo un mucchio di spine conficcate sulle gambe, in testa, un intero vestito di spine e il motorino distrutto. Quella mattina non andai a scuola. Via Cortina, sì, proprio la strada, non mi voleva bene, non mi portava fortuna, anche se in fondo non credo volesse davvero uccidermi, forse solo spaventarmi, farmi diventare prudente, vendicarsi di tutte quelle volte che avevo deviato il suo traffico notturno per vie e viuzze che finivano immancabilmente in uno sterrato a fondo valle, accanto ad un fosso, e da lì, vi assicuro, era difficile tornare indietro. Sì, credo fosse proprio per quello, una banale vendetta, infatti ci furono altri episodi, troppi per essere un caso. La strada mi voleva male. Quell’estate stavo scendendo con Maurizio su un lambrettino, andando agli Stellari, in piscina, e lui, in vena di scherzi, mi coprì la faccia con l‘asciugamano gridando “Cuccù, chi è”? Sempre alla stessa curva, ovviamente. Ci schiantammo? No, stranamente, e sì che l’asfalto era liquefatto dal caldo, era estate, cadere era questione di poco, di attimi. Eppure, non so come, non cademmo, anzi, arrivammo sani e salvi in piscina. Forse Maurizio le era simpatico, un protetto, chissà. L’ultima volta fu la peggiore, un incredibile incidente da fermi, io e Giobatta, si lui, il Giobby, eravamo sulla sua Lambretta 125, i piedi in terra, proprio allo stop dove via Cortina si immette sulla Cassia, esattamente di fronte all’ingresso dei vivai Sgaravatti, quando un terribile stridio alle nostre spalle ci annuncia un’auto in arrivo. Un’auto fuori controllo. È un attimo, ci prende in pieno e ci scaraventa in mezzo alla Cassia, un coro di frenate, di lamiere accartocciate, un paio, almeno, di tamponamenti. Mi ritrovo parecchi metri più in là, dietro un’Alfa Romeo grigia, mi alzo, sento male dappertutto, sono insanguinato, senza una scarpa, i pantaloni laceri ma nessun osso rotto. Sono in piedi e da lì dietro vedo uscire da sotto il muso dell’Alfa le gambe di Giobatta, sto per sentirmi male, poi le gambe si muovono, e lui tira fuori la testa da sotto l’auto, si appoggia al cofano, mi guarda smarrito. È una maschera di sangue e grasso di macchina, ma tutt’intero, vivo. In qualche modo arriviamo al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli, a pochi minuti da lì, e nella sala d’attesa, un inserviente che sta lavando il pavimento ci redarguisce “E no, dajie, ho appena pulito, me sporcate tutto, ma nun vedete come state laceri e zozzi, gocciolate sangue, annamo, nun me potete fa questo, aspettate fori” e noi, lemmi lemmi uscimmo, ubbidienti come poche altre volte. A fine estate i miei decisero di cambiare casa e ci trasferimmo a via Melegari. Addio via Cortina d’Ampezzo, stammi bene.

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