Questione di orari

Via Castelfranco Veneto, ore otto del mattino, forse un po’ prima. La incrociavo sempre prima dell’incrocio con via Melegari, tutta impettita, sguardo lontano, la giacchetta rossa del Saint Georges attillata quanto basta, bruna, capelli corti, ma non troppo. Un bel taglio insomma. Era il solo motivo per alzarmi, il solo per cui mi sbrigavo a fare colazione, uscire. Poi aspettavo, cercavo di incrociarla più o meno al solito punto. Ma non mi riusciva tutti i giorni, gli orari non corrispondevano e poi cosa ne potevo sapere dei suoi? Glielo avevo chiesto? Macché, non avrei mai osato tanto, era troppo altezzosa e poi allora anche se delinquente ero timido, un lazzarone timido, ecco cosa. Un paio di volte mi appostai con la Leica di papà, e lei non passò. Sapevo dove abitava, l’avevo seguita qualche volta fino al cancello di casa e sapevo anche il suo nome e cognome, sono facili le indagini ad un diciassettenne, estremamente facili. Anche inutili, però, perché non c’era modo di rompere quella corazza impalpabile che lei si portava addosso. Mai un sorriso, ma che dico, un accenno di sorriso, uno sguardo. No, lei andava per la sua strada, implacable, passo sicuro, falcate da indossatrice, il solito sguardo altero, neppure l’ho vista mai girare la testa a destra o a sinistra. Che avesse una paresi? Un torcicollo, un dolore che le impedisse i movimenti? Me lo sono chiesto più volte, ma poi cercando di incrociare Nancy, conobbi Juanita, che abitava poco più in là. Tutt’un altro tipo, bionda, minigonne frastornanti, scollature, tette, stivali girocollo, insomma Barbarella, ecco, una Barbarella argentina. Tutta fuoco, scatenata, inarrestabile. Cercava di mettere in moto una Lambretta 50, gliela aveva regalata il padre, ma non sapeva portarla, oppure faceva solo finta, un pretesto come un altro per fare amicizia. Mi apparve subito come una ragazza molto sola e, nonostante l’apparenza e il comportamento disinvolto, davvero insicura. Mi fu immediatamente simpatica e mi adattai facilmente a farle da cavaliere, a scorrazzarla per tutta Roma con la sua Lambrettina. Mi piaceva andare in giro con lei, era un turbine allegro, imprevedibile, con lei era davvero difficile annoiarsi. E poi era bella, forse un po’ troppo appariscente, esagerata, scalmanata. Un giorno venne a prendermi a casa, la solita mise, tette in bella vista, gonna ultracorta, stivali crema a metà coscia, mamma la squadrò perplessa, poi caustica come sempre, mi disse solo “c’è la tua amichetta, quella vestita come…” non intendeva Jane Fonda. Juanita era sempre in giro a fare qualcosa, a casa proprio non ci sapeva stare, e poi, non c’era motivo, a casa non c’era mai nessuno, una enorme bella casa, confortevole, ma vuota, senza vita. A volte ho intravisto una cameriera, ma era solo una presenza fugace, un ombra che immediatamente spariva. La madre era rimasta in Argentina, allevamenti di bovini mi diceva, grandi estensioni di terra, gli affari, le responsabilità. Una donna con la testa sulle spalle, concreta, il padre, invece, girava per Roma su un’enorme spider americana con i sedili in pelle rossa, produceva cinema mi disse lei. In verità mi sembrava in tutto un irrequieto sudamericano, un Rubirosa, interessato piuttosto alle attricette che ornavano la sua spider, che alla produzione di alcunché. Il lavoro, anche quello del produttore, sempre lavoro è, quindi (pensavo io) stanca. E lui non mi sembrava proprio interessato alla fatica. Un giorno Juanita mi indicò una scrivania “Lì papà tiene i contanti per i film” mi disse, “se solo avessi la chiave..” “Cosa faresti” le chiesi falsamente. Sì, sapevo bene come accedere all’interno della scrivania anche senza scasso e senza la chiave, e lo facemmo. Quel giorno guadagnai altri mille punti agli occhi di Juanita. C’erano effettivamente montagne di banconote da diecimila lire, un cassetto pieno zeppo, un grande cassetto, mucchi ben ordinati, come carte da gioco, senza fascette. Sì, c’era veramente un capitale in quella scrivania. Ritiravamo venti, trentamila lire, anche più, ogni giorno, con i quali ce la spassavamo alla grande… andavamo a tutti concerti, ci toglievamo ogni sfizio ci passasse per la testa. Quando vennero gli Stones a Roma, al Palasport, andammo a entrambi i concerti, quello del pomeriggio e quello notturno. Juanita, con tutte le altre ragazzine come lei, distrusse letteralmente la fila di sedie su cui eravamo, urlava, si strappava le vesti e i capelli, correva sgomitando verso il palco, poi tornava, cercando di coinvolgermi. Mi piacevano gli Stones, ma insomma, tutta quella isteria non la capivo. Finito il concerto lei era ancora su di giri, esagitata, non ne aveva ancora abbastanza, avevamo ancora soldi e quindi, non contenti, ci fiondammo al Piper, dove tra la folla c’erano anche loro, gli Stones, amalgamati con il pubblico, che sì, li aveva riconosciuti, ma li lasciava in pace. Anche lei, che si sarebbe fatta massacrare al concerto, qui, avendoli a portata di mano, incredibilmente, li ignorava. Fuori dal Piper il batterista, Charlie Watts, appeso ad un cartello indicatore, ubriaco, o fatto, non lo so, biascicava qualcosa. Nessuno ci faceva caso. Era il 6 aprile 1967, ancora poco e tutto sarebbe cambiato, e infatti cambiò.

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