Serpenti, quasi parenti.

foto Picuki

Sì, sono nato con il cordone ombelicale stretto intorno al collo, mentre con una mano tentavo di togliermelo. Non fu un parto facile, quante volte me l’ha raccontato mamma, insistendo sull’aspetto simbolico della faccenda. Poi a due anni, operazione alle tonsille, a Montevideo. Sbagliano l’anestesia e quasi ci resto secco. Quante volte sono morto? Per adesso nessuna, ma certo ci sono andato vicino un sacco di volte. Da piccolo, in Brasile, forse avevo cinque anni, forse meno, stavamo andando a passare l’estate ad Ubatuba, in una fazenda su una spiaggia incontaminata. La strada da São Paulo era una lunga, polverosa carretera in terra battuta, era il 1953. Tra una curva e un tornante chiesi di poter fare pipì e timido come ero mi allontanai di pochi passi dietro alla macchina e iniziai a farla. Immediatamente una testa rossa e nera prese ad ondeggiare a pochi centimetri dal mio… avete capito. Cercava di evitare il getto e io cercavo di colpirlo, di tenerlo distante. Sapevo che se mi avesse morso non avrei avuto scampo. Iniziai a urlare, a chiamare papà, che immediatamente arrivò, capì e con un grosso sasso schiacciò il “cobra coral”, come lo chiamano laggiù. Sono piccoli, i serpenti corallo, ma micidiali. La vita proseguì, più o meno tranquilla fino all’adolescenza, stagione inquieta in cui tutti ci sentiamo immortali. E arrivarono gli incidenti di moto, di pesca, le cadute dalla cima di un albero… e i serpenti. Già, i serpenti. Mi hanno sempre affascinato, non c’era giorno in estate che non catturassi un grosso Biacco, o un Cervone, ma più volentieri prendevo le vipere, certo, le vipere sono più interessanti, pericolose. Io sono capace di catturarle a mani nude, mentre cercano di allontanarsi, è facile, basta immobilizzarle prendendole dalla testa, oppure dalla coda e tenendole così, appese, farle cadere dentro una federa. Semplice, no? Quando riuscivo a prenderne una la mettevo in un acquaterraio per osservala in tutta sicurezza. Duravano poco le vipere in casa, cioè fino a quando la mia convivente, che non sopportava l’idea di dividere casa con le vipere, mi costringeva a rimetterle in libertà. “Non riesco a dormire sapendo che ci sono quelle bestiacce in casa”, diceva ogni volta.  In Tunisia, vicino Tozeur, in uno zoo del deserto stavo ammirando decine di bellissime vipere cornute che strisciavano in un vascone rotondeggiante, quando, non riuscendo a trattenermi, ne afferrai una per la coda e la tirai su. Era grossa, bellissima e parecchio incazzata per la mancanza di rispetto. Gli altri visitatori scapparono tutti, terrorizzati. Chissà perchè, poi. Sempre in Tunisia, ma in un’altra occasione, affittai un cavallo per delle lunghe passeggiate, il cavallo non era ferrato e neppure sellato, anzi non aveva neppure le briglie, ma una sola corda, legata intorno alla bocca, per dirigerlo. Tentarono di dissuadermi, “ti butterà giù, lo usiamo per arare, non per fare i cavallerizzi”. Ma avevo deciso, e tentai. Lui cercò in tutti i modi di togliermi dalla groppa, passando tra i fichi d’india, sotto acacie spinose per poi dirigersi di buon passo in un avvallamento dove, finalmente, sgroppando furiosamente mi fece cadere. Nel posto peggiore dove trovarsi a terra, un luogo infestato da serpenti, da Naja Haje, il cobra nero africano, ed era tardo pomeriggio, l’ora in cui il cobra va a caccia e proprio dove ero caduto ce n’era uno, vicinissimo, lungo un paio di metri e in atteggiamento da cobra, la testa in alto sibilante, la bocca aperta. Rimasi immobile, sapevo che solo in questo modo avrei potuto evitare il morso. Dopo minuti che mi sembrarono ore, il cobra si rilassò e rapidamente se ne andò. Tirai un fiato, l’avevo scampata bella. Il cavallo nel frattempo era tornato a casa e un contadino che stava lavorando lì vicino, rimproverandomi per l’imprudenza, mi accompagnò in paese con il suo carretto. Il cobra nero però mi aveva affascinato, era magnifico in quella sua livrea nerometallica. Ne comprai uno da un berbero che lo esibiva per racimolare qualche dinaro dai pochi turisti, “è svelenato, gli ho tolto i denti”, mi disse, ma io sapevo bene che i denti gli sarebbero ricresciuti e quindi lo maneggiai con molta attenzione e alla fine me lo portai in Italia, gli costruii una stanza tutta per lui, anzi, mezza stanza, arredata dalla sua parte con sabbia, rocce e rami secchi, un vetro infrangibile da terra al soffitto divideva l’ambiente e aldiqua c’ero io e i miei eventuali ospiti, seduti su grossi cuscini a sorseggiare tè alla menta, ascoltando Rai, musica perfettamente in tema. Accadeva poi che quando un ospite, improvvisamente, si accorgeva della presenza della Naja, il tè finisse spruzzato ovunque. La presenza del cobra in casa durò giusto i sei mesi in cui rimasi single, poi l’arrivo dell’ennesima compagna mi convinse a sbarazzarmene. Ma poi, siamo davvero sicuri che il micidiale cobra fosse più pericoloso della nuova ragazza? 

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