Un pieno di punti

Filiberto era un gaudente, un bon vivant, un simpatico affabulatore. Gli piaceva il buon vino, il cibo e le donne, già, le donne. Ricordo nel tempo di aver conosciuto almeno due o tre “fidanzate” ufficiali, una, quella davvero importante, era una certa Mia, la classica nordeuropea, bionda, occhi azzurri, pelle chiarissima. Una bellissima ragazza svedese. Filiberto era del tutto perso per lei, ci diceva di essergli fedele, almeno sessualmente. Sì, un grande amore. Si incontravano forse in due o tre occasioni l’anno, durante le “feste comandate”, quando lei prendeva una settimana o due di ferie e lo raggiungeva a Roma. Accadeva soprattutto d’inverno quando la città risplende di una luce davvero speciale, divina. Di solito, quando lei arrivava, Filiberto era irraggiungibile per uno o due giorni, poi organizzava sempre una cena per festeggiarla. Ho detto cena? Un banchetto trimalcionico, ecco cosa era veramente, un tripudio di vini, carni, di ogni ben di Dio, già perchè non l’avevo ancora detto ma Filiberto era, e credo lo sia tuttora, piemontese, di quelli veri, cortese ma non falso, uno ammodo, beneducato, civile, compìto, garbato, gentile, per bene e rispettoso. Insomma, un bravo piemontese, e come tale si comportava, soprattutto a tavola, soprattutto con noi, gli ospiti. Ecco perché a casa sua era sempre festa. Quell’anno Mia saltò un turno, fu costretta dagli studi, non arrivò per Natale, bensì per Pasqua, quattro lunghi mesi dopo. Filiberto non stava più nella pelle, sì, aveva una gran voglia di vederla e l’andò a prendere alla stazione, come ogni volta, e poi di corsa a casa. Era vicino, molto vicino, una decina di minuti a piedi. Un paio di giorni dopo, come sempre, Filiberto organizzò la tradizionale cena in onore di Mia. Ma non era come le altre volte. Sì, era tutto organizzato benissimo, ottimi cibi, vini adeguati, ma c’era qualcosa di freddo nell’aria, una certa inquietudine, un non so che di tensione. E poi Filiberto era pallido, si muoveva e camminava con difficoltà, in modo strano, e Mia, la strabordante Mia, esibiva un insolito sguardo triste, lei, sempre così sorridente, allegra.. Messi alle strette ci raccontarono tutto, l’arrivo in stazione (Mia viaggiava sempre in treno), l’accoglienza festosa di Filiberto, i fiori (Mia adorava certe rose profumate), i baci, la passeggiata fino a casa, e una volta lì, la corsa al letto. Già, perché sei mesi di astinenza sono lunghi, e i due, evidentemente, rispettavano il reciproco impegno. Fatto sta che durante… ad un certo punto Filiberto sente all’inguine qualcosa di liquido, appiccicoso… sangue, e chiede a Mia, “ma hai il periodo?” e lei “ma no, l’ho avuto la settimana passata”  “e allora cos’è tutto questo sangue?” Quasi sviene quando si accorge da dove arriva il sangue che sta inondando il letto. Tutto per colpa di un pelo, sì, ma che pelo, un pelo potente, potentissimo che potrebbe tirare un carro di buoi, sì proprio un pelo pubico, di lei ovviamente, ma particolarmente lungo, robusto e tagliente. Si era messo di traverso, il peluzzo, posizionandosi proprio sulla fessura dell’uretra e Filiberto, nella ovvia foga del momento, spingendo e senza provare alcun dolore, ma solo una specie di click, una resistenza, si era tagliato il glande in due. Pare che capiti, e neppure raramente. Al Pronto Soccorso l’imbarazzatissimo Filiberto subì ben sei punti di sutura, in quel punto che tutti, a parole, disprezzano. Tornarono sotto lo stesso tetto, ma solo a saperla in casa, a pensarla, a sentirne l’odore Filiberto si eccitava e ogni volta si strappavano i punti. Tre volte in due soli giorni. Filiberto era allo stremo, e non potendo sopportare gli altri sette giorni di convivenza che gli sarebbero rimasti, seppur triste e avvilito accompagnò Mia alla stazione. La salutò da lontano con piccoli gesti della mano, freddamente, senza slancio. Hai visto mai, i punti…un altra volta.

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