Vite

In quegli anni tanti erano fuggiti dalla città, cercando, e a volte trovando, una vita diversa, più vera, lontano dagli agi di una famiglia protettiva, quindi borghese, quindi da evitare. Assolutamente da evitare. La fuga di una generazione dalle comodità e dalle banali tentazioni cittadine. Qualcuno fuggì per costruire, per una vita più eccitante, stimolante, magari da circensi, oppure da artisti, teatranti di strada, e qualcuno di loro, negli anni, tignosamente, fece carriera, una bella fulgida carriera internazionale giustamente riconosciuta. Altri cercarono l’Eden, i veri valori, nella terra, terra che è sempre stata bassa, faticosa e, spesso, poco generosa.  Noi cittadini, che viaggiavamo spesso e volentieri, che vestivamo con fantastiche pellicce di lupo, gilet turchi, monili indiani, noi che in qualche modo riuscivamo, apparentemente, a non integrarci come i nostri genitori pur usandone il portafoglio generosamente messo a disposizione, noi, dicevo, ogni tanto ci avventuravamo in campagne desolate e fredde andando a trovare i nostri amici transfughi, che ci accoglievano, a volte torvi, ma più spesso sorridenti e generosi, condividendo orgogliosamente il frutto delle loro fatiche, cioè bicchieroni di pessimi vini e cibi troppo alternativi per essere apprezzati. Cose, però, che non si potevano rifiutare, elargite in case sporche all’inverosimile piene di mosche e cani stravaccati ovunque. Certo, noi non eravamo esattamente maniaci dell’igiene, avevamo mangiato cose di cui era meglio non sapere l’origine, spesso in piatti sporchi, quando non incartate in fogli di giornale rigorosamente tenuti in terra sotto i piedi, e per giunta in oriente, dove, se ti prende un malanno, puoi restarci secco. Quella volta, però, il casale dove eravamo arrivati era davvero un estremo, un grande orto agonizzante e quasi marcio, galline con il collo spelacchiato, magre da far paura, che ruspavano ovunque, un piccolo gregge di pecore, un paio di asini e qualche bovino. Un Atmosfera post atomica, da sopravvissuti post, post, post bomba. Ma l’accoglienza fu festosa, commovente. Abbracci, baci, pacche sulle spalle, erano almeno tre o quattro anni che stavano lì, ed era la prima volta che  andavamo a trovarli in quella specie di comune che avevano messo su. Tra noi e loro eravamo in tanti, una ventina di persone, ed era quasi l’ora di pranzo. Ovvio che ci invitassero a restare. Restammo e mai idea fu peggiore di questa. Allestirono un bel tavolo in casa, si entrava direttamente dalla cucina, a destra un lavandino in cui un mucchio di mosche banchettava su un telo in cui una massa di formaggio appena cagliato era posto a sgocciolare.  “ Niente formaggio per me oggi” pensai, “mangerò solo cose ben cotte”. Per mia fortuna in tavola arrivò una specie di grossa lasagna, un pasticcio con strati di formaggio e strati di quello che poteva sembrare prosciutto cotto. Ben alternati. Era un “piatto unico”, sufficientemente abbondante, discreto anche se insipido, da mangiare con del pane casereccio e annaffiare con il solito vinello acetello dei nostri amici, campagnoli improvvisati. Finito il pranzo ci proposero il giro dell’azienda, l’orto, la vigna, le stalle e un locale particolare, basso e largo, dove in una rastrelliera robusta enormi cassetti unmetroperdue, ospitavano migliaia di lucidi lombrichi. “ tutti gli avanzi dell’azienda, e delle coltivazioni vanno a nutrire questi lombrichi, un ottimo investimento la lombrichicultura” ci disse Dario, il capo della comune. “ e cosa ci fate, vendete l’humus ai contadini e i lombrichi ai pescatori?” chiesi io ingenuamente. “ ma no” rispose, “una volta al mese passa il camion della … e ci ritira i lombrichi”  “Ma cosa ci fanno?”, insistetti io. E Dario ci spiegò per filo e per segno l’utilizzo dei lombrichi, il valore energetico, carni ricche di proteine ma prive di colesterolo, sane, nutrienti… “Basta togliere il contenuto del lombrico, insomma svuotare il tubo digerente” disse soavemente “il lombrico è come un tubicino, basta tagliare i due lati, infilare una speciale forbice nel cavo, aprirlo come un tovagliolino e sciaquarlo bene” “E poi? “ chiesi più allarmato che incuriosito. “ E poi è pronto per essere cucinato, oppure essiccato e ridotto in farina” “ Abbiamo pure un ricettario…” Ecco cosa avevano portato in tavola, altro che pasticcio di prosciutto cotto e formaggio, avevano cucinato lombrichi, e li avevamo mangiati! Un pugno sferrato con particolare rabbia colpì Dario violentemente, chissà se ha mai capito il perché

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