Una missione deliziosa

Ventinove gennaio, mercoledì. Avevo appena lasciato Ettore a scuola ed ero andato, come al solito, a prendere un caffè con gli amici, Cristiano e Emiliano. A pagare, come sempre o quasi, Emiliano, il giovane macellaio.  Il bar era pieno, negozianti in apertura, il farmacista ancora assonnato, crocicchi di mamme ciarliere intorno ai cornetti caldi. Dalla radio i conigli esibiscono la loro solita verve, poi sigla, radiogiornale. Wuhan, Cina, è in corso l’ormai classica influenza da coronavirus, sono già un paio di settimane che se ne parla, ma adesso i toni sono più concitati, un ospedale gigantesco è in costruzione, dieci giorni per completarlo. Perché tanta fretta? Non è chiaro.  “ A me il caffè con una macchia di latte, grazie” ma subito ci ripenso, il caffè da solo mi fa acido “ e un cornetto con la crema, ben cotto però, ieri era mezzo crudo…”  Certo che è strana questa fretta, perché costruire un ospedale in tempi così stretti? Boh. “ Che post prepariamo per il week end? Hai un nuovo menù? Questo fine settimana non sembra che dia pioggia, meglio pubblicare qualcosa oggi e ricondividerlo domani” Insomma, i nostro solito programma di ogni mercoledì.  Dato il clima interrogativo e d’incertezza replichiamo sul post “Pappardelle, gnocchi o fettuccine? questo è l’arduo dilemma. Nell’impossibilità di decidere, meglio provare tutto. E gli sfilacci, che male vi hanno fatto gli sfilacci? …noi stiamo sempre qui, vi aspettiamo, siete sempre i benvenuti…“ Noi siamo sempre qui, già, noi si, ma “loro” i clienti a cui il messaggio era rivolto?  Non potevamo neppure pensare che di lì a poco tutto sarebbe cambiato, come i toni sul virus influenzale, che presto sarebbe diventato altro, un virus letale, una pandemia, un incubo per miliardi di persone. “ Che dite, ci saranno olive quest’anno? Sono due anni che non faccio l’olio…” chiedo, e subito “ beh, intanto noi cominciamo a potare, è l’ora” mi risponde subito un coltivatore locale “ e fallo anche tu, che hai gli ulivi che non se ponno vede” prosegue. Ovviamente faccio spallucce “ Si, si, lo so, ma quanto rompete con sta storia delle potature…” Andare al bar in paese è così, ci si incontra, si chiacchera anche con estranei, si scopre che sanno tutto di te, delle tue abitudini, delle tue cose, come facciano, boh, e chi lo sa? Altri cinque post, arriviamo a febbraio, nel frattempo, il 30 gennaio, l’OMS ha dichiarato che l’emergenza sanitaria è di interesse internazionale, l’Italia ha bloccato tutti i voli da e per la Cina. Unica Nazione in Europa a scegliere una misura così drastica. Poi, l’11 febbraio appare per la prima volta il nome Covid, anzi, Covid-19. Mette i brividi, ma è semplice CO  e VI stanno per indicare la famiglia del virus, COronaVIrus, e la lettera D sta per Disease, cioè malattia, e il numero 19 indica l’anno, 2019, quando il virus ha iniziato ad esistere. Questo fatto semplice, dare un nome al virus, ci fa intuire che non si tratta della solita influenza, ma di qualcosa d’altro, qualcosa di peggio. Il giorno successivo l’undici febbraio, usciamo con un post sull’ammore. Già, l’amore…e cosa di meglio che unire cibi, ottimi cibi, e amore? E scordarci, fregarcene del covid, tanto sta laggiù, in Cina, lontano, lontano, lontano. Come cantava Luigi Tenco nel 1966, anno davvero lontano. Invece il Covid era già qui, molto vicino, esattamente  a Codogno, Casalpusterlengo e Castiglion D‘Adda. A Milano ci arriverà presto, con la moda, con gli slogan e le parole della moda e già il 15 febbraio si inaugura Homi. “Una nuova idea di fiera che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi…passione e progettualità disegnano scenari futuri” mai parole furono più profetiche.  Scenari futuri, chissà se mai qualcuno avesse potuto immaginare il magnifico  “scenario futuro” che ci aspettava tutti, al varco. Ma ecco, sta arrivando la ciliegina sulla torta, anzi, due ciliegine, perché “du gust is megl che uan” e, evidentemente, una sola non basta e il 19 febbraio cinquantamila bergamaschi e chissà quanti spagnoli, sostenitori del Valencia, vanno ad aggiungersi ai tantissimi che già affollano Milano e poi la partita, a San Siro. Ma perché accontentarsi, dico io e a Milano, arriva pure il Fashion week, la settimana della moda, mezzo mondo ad affollare tutto, gli alberghi, gli stand in fiera, i bar, i ristoranti…ed è il boom dei contagi. Nel frattempo, a Napoli, un mio amico si reca al funerale del cognato e li incontra e saluta affettuosamente, come è d’uso, un’amica. Napoletana anche lei, che neppure era stata a Milano, figuriamoci a Casalpusterlengo, e che poi è risultata positiva al tampone. A metà marzo anche lui comincia a non sentirsi tanto bene, anzi a stare decisamente male, ma erano già passati venticinque giorni dal funerale, non quattordici come dicono, e allora, gli assicurano, non può essere Covid-19. Sotto tante pressioni alla fine lo ricoverano, è gravissimo, ha i polmoni pieni di liquidi, viene immediatamente intubato, tracheostomizzato, ventilato artificialmente. Quaranta giorni di ricovero, di cui 18 in terapia intensiva e ben dieci sedato. Alla fine si salva, lo dimettono e, pensate un pò cosa mi dice, cosa mi chiede?  “ Mi devi aiutare a trovare cibo di alta qualità e bontà da assumere in modiche quantità al fine di non riprendere peso e conservare la gratificazione cerebrale… devo mangiare benissimo cinque volte al giorno. A pranzo alzarmi da tavola non sazio, a cena ancor meno … è una nuova filosofia che mi deve entrare dentro. Ti devo parlare. Quando?” Serve dire che ho provveduto ad accontentarlo con due belle guanciotte di Angus, cotte a bassa temperatura? E’ ancora in estasi. In fondo ho solo una missione, molto personale: nutrire! 

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