La contessa e i gatti

Non mi ricordo affatto chi mi portò a conoscere questa anziana signora ricoverata al Policlinico Umberto Primo. Erano stati i suoi gatti a ridurla così, piena di graffi, il femore rotto. “I gatti ?” chiesi incredulo, sembrava tutt’altro. Aveva una vistosa ecchimosi sul viso, i capelli imbrattati di sangue… “Sì, i gatti, sono stati proprio i gatti, ne nutro tanti sul mio terrazzino, una ventina, non tutti sono i miei, ce ne sono di affamati, forastici, gatti senza nessuno che badi a loro, poverini”. Non li odiava, li giustificava, era stata aggredita perché era vecchia, lenta e la competizione nella colonia era tanta, uno le era saltato addosso cercando di accaparrarsi il boccone migliore, le aveva piantato le unghie addosso e lei, per ritrarsi era indietreggiata, pestando altre code, con il risultato di cadere fragorosamente rovesciandosi addosso tutto il cibo. Il resto era sotto i miei occhi. L’aveva salvata un vicino, uno di quegli impiccioni, che un po’ l’odiava la vecchietta, proprio per via della colonia felina, per i miagolii, i litigi notturni, l’odore, anzi, la puzza. Sì perché tanti gatti puzzano e parecchio. Comunque chiamò l’ambulanza e la salvò. La contessa, sì, l’anziana era una contessa, nella modesta casa di Montesacro, custodiva un paio di capolavori, un fondo oro del trecento, di autore sconosciuto e addirittura un’opera del Correggio, una replica del “Fidanzamento di Santa Caterina”, sì proprio il quadro esposto al Louvre alla sinistra della celeberrima “Gioconda”. Pochi giorni mi bastarono per superare la logica diffidenza dell’anziana contessa, pochi giorni e poi mi affidò legalmente il quadro, anzi, di più, mi dette le chiavi di casa, la delega a vendere il Correggio e il fondo oro. “Naturale”, pensai, “in queste settimane che sono venuto a trovarla in ospedale non si è fatto vivo nessuno, neppure un parente…” Il giorno dopo staccai i quadri dalla parete di casa e mi presi il privilegio di nutrire i suoi micetti, compresi i gattacci che l’avevano mandata in ospedale. Quell’anno la mia casa studio di Monteverde vecchio era diventata una pinacoteca. Un’amica dei miei, brasiliana, mi aveva affidato ben tre “Madonne del Cuzco” originali e bellissime, e tutte queste opere erano appese in casa, dietro un fondale fotografico in carta. Chi se lo sarebbe immaginato, in quella villetta un po’ decrepita che tutti chiamavano “villino malincontri”, una tale quantità di opere d’arte? Nessuno, certamente. Anche noi due, io e Daniela, non davamo certo l’impressione di persone che potessero avere in casa simili cose, lei attrice di teatro off, bizzarra e caratteriale quanto basta, ma soprattutto io sempre in jeans e stramiciato… insomma potevamo sembrare tutto, meno che rapinabili. E invece… Dovevo venderle queste opere e per farlo cominciai a frequentare produttori cinematografici importanti, banchieri, principesse dell’Est Europa che giravano in Rolls. Tutta gente che avrebbe potuto permettersi un investimento di tale portata e avere in casa un capolavoro simile. Sopprattutto il Correggio, che era quotato allora una bella cifra, molto vicina ai cinquecento milioni di lire. Aveva tutte le expertise necessarie, tra cui addirittura quella del Berenson, nonché le lastre che rivelavano i ripensamenti dell’artista sotto l’ultimo strato di pittura, quale ulteriore fondamentale garanzia di autenticità. Aveva avuto l’interessamento di un famoso museo USA, ma ovviamente l’opera non era esportabile. Avevo tutta la storia del quadro, che risultava in origine essere custodito a Napoli da un’importante famiglia e poi scomparso durante uno dei tanti sconvolgimenti sociali subiti dalla città. Come fosse finito nelle mani dell’anziana contessa non mi fu spiegato, ma tant’è, tutti i documenti erano in regola. Le trattative per la vendita presero molto tempo, e non portarono a nulla. Beh, proprio a nulla no, ho rischiato, parecchio, ho avuto proposte assurde di portare a termine vendite del tutto illegali, sostanze che mi avrebbero portato in galera per vent’anni almeno. Ovviamente non accettai nessuna di queste proposte, ma un inconveniente ci fu. Una notte avvenne un’irruzione della Giustizia nella casa di un possibile acquirente dei quadri del Cuzco, dove li avevo lasciati in visione per un certo numero di giorni. Le Madonne del Cuzco furono portate in Questura e dovetti andarle a recuperare subendomi pure una ramanzina del funzionario addetto, per la mia ingenua buona fede, ma mi furono restituite: avevo tutta la documentazione in ordine e le deleghe in regola. Cosa cercassero le Forze dell’Ordine non mi fu raccontato, è chiaro, ma mi raccontarono i domestici dell’accurata perquisizione della casa e soprattutto dello svuotamento di ogni zuccheriera e saliera presente. “Non penserà, Blasi, che tanti soldi si possano fare onestamente, senza rischiare qualcosa, vero? Non sia ingenuo…” queste furono le sole parole che mi disse seraficamente la ricca signora in Rolls Royce.

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