Una bomba, meglio tre.

Non ho avuto un rapporto semplice con mio figlio Federico, il mio primo figlio, nato a ottobre 1970. Nato contro tutti e contro tutto, un figlio disperatamente voluto, una gravidanza portata avanti contro il parere di tanti, soprattutto avversata dal padre di lei, Cristina, il mio primo vero amore. “Siete troppo giovani” diceva, in realtà per la bella figlia aveva altri piani, sperava in un matrimonio più conveniente, con il figlio di un suo amico armatore, cosa se ne faceva di un ribelle, di un anticonformista, insomma, di uno come me? Ero stato d’intralcio e quindi si vendicava, non perdeva un’occasione per mettermi a disagio, ma io non lo affrontavo, lo lasciavo dire, fare. Per me lui era ininfluente, perché avrei dovuto combatterlo? L’avevo sottovalutato, vinse lui, ma la sua cosiddetta vittoria fu peggiore di quella di Pirro. Teneva in pugno la figlia e anche mio figlio Federico, rendendomi davvero difficile “fare il padre”, o almeno provarci. Così andare insieme in vacanza, magari solo per un pugno di giorni, era un’impresa, qualcosa che poteva accadere di rado e solo se era Cristina ad avere il controllo della situazione. E quell’anno ci eravamo  riusciti: dieci giorni di vacanza, noi tre soli, io, Federico e il mio vecchio amico Ennio. Ci eravamo diretti nella costa ionica, cercando a casaccio un posto senza stabilimenti, traffico, folla. Alla fine, imboccando una piccola traversa della statale Jonica, che portava ad un minuscolo borgo, tre case, un barbiere, un negozietto di alimentari e una minuscola macelleria, lo trovammo. Era bastato percorrere altri pochi chilometri su strade di terra disastrate, attraversare immensi campi coltivati a pomodori, per arrivare ad una foce, la minuscola foce di un fiumiciattolo perso tra i campi coltivati, e lì, sulla sinistra, appena dietro una bassa duna di macchia mediterranea, finalmente l’eden: un’ampia lunghissima spiaggia, completamente deserta. “Chissà perchè non ci hanno costruito, e come mai non c’è anima viva” pensai “ci sarà una fregatura, sarà piena di zanzare, le mine dell’ultima guerra nascoste sotto la spiaggia, i vampiri…” Effettivamente le zanzare c’erano, ma come in ogni altro posto di mare, nulla di insopportabile. Il posto era bellissimo, selvaggio e deserto come lo volevamo, Federico era al settimo cielo, felice, da quando io e Cristina avevamo divorziato non avevamo avuto molte occasioni simili. Era stata coraggiosa Cristina a sostenere questa vacanza anomala, così disorganizzata, ma così tranquillamente avventurosa e spartana. Montata la tenda ci buttammo tutti e tre in acqua, il viaggio da Roma con la milletre Fiat era stato lungo, caldissimo, avevamo i vestiti bagnati e la pelle puzzolente, attaccaticcia, aggiungeva al disagio una sensazione orrenda, schifosa. La mattina seguente, al sorgere del sole, scoprimmo che la spiaggia era davvero infestata, sì, ma di cannolicchi. Sembravano paletti, piantati fitti fitti nella sabbia, uno accanto all’altro “presto Federico, presto, prendiamoli prima che si rificchino sotto la sabbia, prendi un secchiello, ci faremo una pasta e cannolicchi da paura, e tu, Ennio, dai svegliati, molla quella sigaretta, datti da fare, acchiappali”. I due mi guardavano increduli “ma si mangiano, papà?” chiese Federico con una smorfia. “Certo” risposi “basteranno tre o quattro di quei pomodorini che abbiamo visto lungo la strada, uno spicchio di aglio, una spruzzatina di vino e sentirai che roba”. Mezzo chilo di spaghetti in tre, c’erano più cannolicchi che pasta. Una delizia, che goduria e che fantastica vacanza stava iniziando. Era solo il primo giorno, anzi la prima mezza giornata, e già eravamo felici. Giorni dopo andammo dal barbiere, più che altro per sentire un po’ di chiacchere locali, un po’ d’ambiente. Si sa come sono i barbieri, soprattutto al sud. Sanno tutto, raccolgono chiacchiere da tutti, su tutti e poi le distribuiscono alla clientela, lievitate e ben addizionate di particolari e commenti salaci. Nunzio, così si chiamava, non faceva eccezione, e mentre mi radeva la barba e aggiustava i capelli mi raccontò tutta la sua vita, insistendo sul periodo passato da militare a Udine “scheeerziiii, che freddo, che freddo” un racconto comico, da sbellicarsi. Chissà se chi decide le destinazioni dei coscritti si è mai reso conto di quale brutta idea sia mandare al gelo del nord uno abituato ad inverni in cui la temperatura minima è 16 gradi e al caldo del sud un altro disgraziato abituato ad estati in cui la notte serve il maglioncino. Dicono che lo fanno per favorire l’amicizia tra giovani di diversa estrazione e regione, ma di fatto li rendono solo più distanti, più incompatibili. Nella mezz’ora passata lì ho avuto con dovizia di particolari imbarazzanti tutti i pettegolezzi su personaggi sconosciuti, ovviamente storie di corna, di castronerie, di penose umiliazioni e di varia stupidità, mentre lui, tra una risata e un colpo di rasoio, mi estorceva un pacco di fatti miei, di particolari sulla mia vita privata, che sarebbero certamente entrati, adeguatamente pompati di dettagli, nel suo incredibile repertorio. “Scheeeerziiii”, era il suo intercalare preferito, urlato come allo stadio. Unico, Nunzio era unico, un comico nato, impossibile dimenticarlo. Le giornate al mare trascorrevano tranquille, tra lunghe battute di pesca, gli enormi castelli di sabbia e le profonde buche di Federico, in realtà trappole, mimetizzate con fogli di giornale coperti da un velo di sabbia. Pericolose? Sì, ma tanto non passava nessuno, chi ci sarebbe caduto? Proprio nessuno. “Iescc, ‘ngalamm a bòmme, poo pesc” così mi sentii interloquire da due tizi su una barchetta a remi mentre ero in acqua cercando di pescare qualcosa per pranzo. “Cosa? Non ho capito”, replicai. “ Buttammo la booomba, hai capito? iescce, iescc, mo, mo, subito” La bomba? Stavano pescando con l’esplosivo, maledetti. Uscii immediatamente, inutile insistere, farli ragionare. Uscii e loro buttarono la prima bomba, poi metri più in là un altra, e poi un’altra ancora. Il mare era pieno di pesci morti e loro, con tutta calma si misero a raccoglierli con un retino e poi se ne andarono così come erano venuti. Avevano ucciso il fondale, quei delinquenti, per pochi chili di cefali e spigole avevano sterminato tutto il resto, cannolicchi compresi. Finì così la nostra bella vacanza, con le bombe.  Le bombe, ecco, solo le bombe potevano riuscire a cacciarci via da lì.

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