
Non ricordo con precisione l’esatto momento in cui iniziò, ma già in quell’età incerta che chiamano adolescenza, avevo preso una decisione, diciamo così, esistenziale: non decidere nulla. Nessun obiettivo tracciato con la pretesa di una rotta precisa, insomma, accogliere gli eventi con la placida rassegnazione di un sasso in riva al mare. Ignoravo, all’epoca, che questa non-scelta avrebbe poi marchiato a fuoco l’intera mia esistenza, a partire da quel labirinto nebuloso che chiamano amori. Già, gli amori. Come si fa a non inseguire un capriccio, a non corteggiare con la tenacia di un segugio una ragazza che solletica la nostra epidermide e accende qualche vago interesse? Si può, eccome se si può. Basta non correre, restare immobili come un palo della luce, distanti e con quell’aura sfuggente che ammantano le cose che non si afferrano. Nulla è più calamitante di ciò che ci sfugge, di ciò che fatichiamo a decifrare, della persona che sembra danzare a un ritmo diverso. Alla fine, la curiosità, quella vecchia volpe, avrà la meglio, e sarà lei, la ragazza di turno, a fare la prima mossa, a tentare di scuoterci da quella placida inerzia e a strapparci una qualche reazione. Ma la mia non è mai stata una strategia, un calcolo freddo. Restare indifferente mi è sempre stato connaturale, non ho mai dovuto compiere alcuno sforzo, nessuna fatica. E in un mondo dove tutti inseguono, insistono con la perseveranza di un venditore porta a porta e ci provano con un accanimento quasi patologico, l’indifferenza è sempre stata, almeno per me, la scelta più comoda. L’unica che mi abbia sempre concesso il lusso di scegliere, con una ponderatezza quasi filosofica e una maggiore attenzione, a chi o a cosa concedere un frammento della mia preziosa indifferenza.
Abitavamo a Roma, in quella borghese e un po’ anonima via Cortina D’Ampezzo, e ricordo che allora ero un esemplare di adolescente taciturno, schivo, che trovava rifugio nei boschi che lambivano casa. Non cercavo nulla di specifico, solo ciò che si parava pigramente davanti ai miei occhi. Fu così, per una di quelle casualità che spesso disegnano le nostre esistenze, che scoprii l’esistenza dei moscardini, piccoli e graziosi ghiri rossastri che si annidavano nell’intrico dei rampicanti, di deliziosi frutti selvatici dal sapore agrodolce e di intere colonie di granchi di terra che popolavano il limitare di un bosco, dove il continuo stillicidio d’acqua della collina sovrastante creava una piccola zona umida, un habitat inaspettato per creature fluviali in esilio. Questo mio vagabondare silvestre era ovviamente il fulcro dei miei racconti e dell’inevitabile scherno dei miei amici, anime semplici votate al pallone e alle prime, goffe, conquiste sentimentali. L’unica a non sghignazzare era Titilla, l’unica che si atteggiava a mia amica nel gruppo, che un bel giorno decise di accompagnarmi in quella lunga scarpinata la cui meta era la mitologica colonia di granchi. “Titilla, ma che nome è?” le chiesi, con quella delicatezza che mi ha sempre contraddistinto. “Sembra una marca di pasticche per la gola.” La mia domanda, di una inopportunità disarmante, mise più in imbarazzo me che lei, e infatti rispose subito, con un filo di stizza: “Pastiglie per la gola? Sono sicula, lo sai, e Titilla è un vezzeggiativo. All’anagrafe mi chiamo Caterina.” Mi sembrò seccata dalla mia goffaggine verbale, e accelerai il passo, come a voler lasciare indietro quel momento di imbarazzo reciproco. Attraversammo forre intricate, fossi e marrane prima di addentrarci nel cuore dell’Insugherata. “I granchi a Monte Mario, ma ddai… raccontane un’altra…” Stavo facendo la figura del credulone, o forse, chissà, lei nel suo intimo era convinta che i miei racconti fossero solo un pretesto maldestro per condurla in qualche appartato angolo campestre. Comunque si rivelò più agile e robusta di quanto le sue movenze delicate lasciassero presagire, e ben presto arrivammo laggiù, ai piedi della collina dei granchi, senza che le sue labbra avessero emesso il minimo lamento durante il percorso. “Ecco, siamo arrivati,” le dissi, con un vago senso di trionfo. “Vedi nel fango quei buchi da cui piano piano sgorga l’acqua, quelli con quei piccoli segni sul bordo? I granchi sono proprio lì, e se non ci credi…” Lei mi scrutò incredula con i suoi grandi occhi neri, e io, allora, infilai il braccio fino alla spalla in uno di quei buchi fangosi e pieni d’acqua e ne tirai fuori, con un orgoglio malcelato, un grosso granchio verdastro, un trofeo inaspettato. Lei era lì, in piedi, con le scarpette affondate nel fango, le labbra di un rosso vibrante e gli occhi spalancati da una sorta di ammirazione sorpresa. Avrei dovuto baciarla, ne sono quasi certo. Era quello il vero motivo della sua peregrinazione fin laggiù, quello che lei, nel suo ingenuo cuore siciliano, si aspettava. Non certo l’esibizione di un crostaceo terrestre. Invece, la mia unica ambizione era catturare l’ennesimo granchio e, una volta tanto, avere un testimone attendibile della mia bizzarra scoperta zoologica. Lei non capì, e men che meno apprezzò. Si offese a morte per la mia totale indifferenza alle sue grazie, a quella tacita offerta di giovinezza e desiderio. E, con la rabbia che le stravolgeva i lineamenti delicati, girò sui tacchi e corse via, singhiozzando nella sua lingua madre: “Si’ nu strunzu, nu strunzu e iu ‘na cretina a datti retta…”. Era bella, una siciliana dalla pelle ambrata e dai lunghi capelli neri, “nivora e orgogliosa” come da tradizione. Ma per me, in quel preciso istante, era solo un’amica che non capiva l’importanza di un granchio catturato a Monte Mario. E poi… ma vuoi mettere la soddisfazione di aver scoperto un ecosistema così peculiare a due passi da casa? Certi piaceri solitari non hanno prezzo.