
Fu in un giorno imprecisato dell’aprile di quel disgraziatissimo 1978, l’anno che si portava appresso il peso di una storia troppo grande, troppo sporca, troppo romana. Io, mio fratello Andrea e la mia compagna di allora parcheggiammo la mia vecchia Mercedes 180 bordeaux tra i cassonetti della nettezza urbana, strabordandi di rifiuti, posti alla fine di via Valdagno, a largo Melegari. Eravamo appena arrivati e con l’aria leggera di chi si muove in luoghi conosciuti, camminando spediti e sorridenti ci stavamo avviando a scendere le scalette Melegari, una scorciatoia che ci avrebbe portato a casa di mamma in quattro e quattr’otto. Il crepuscolo di Roma Nord e i grandi pini che circondavano la strada e in parte la piazzetta stavano rendendo scura e densa l’ombra che adesso ci avvolgeva, e proprio in quell’ombra, tre o quattro tizi, robusti coatti che nessuno di noi aveva notato prima – e questo era già strano, perché a Roma in quegli anni di piombo notavi anche i piccioni – ci si piazzarono davanti. Grossi minacciosi e vestiti con quel misto di anonimato e aggressività tipico del personaggio di periferia appositamente abbigliato per un lavoro sporco. Si qualificarono, ovviamente, come ” Polizia” (Digos, o qualcos’altro di più inquietante) e, senza un perché, senza preamboli, ma con evidente aggressività, estrassero dalla fondina enormi pistole e ce le puntarono addosso. Mi trovai così faccia a faccia con la canna di una grossa pistola piazzata proprio tra gli occhi, accorgendomi, in quel preciso momento, che la canna di un’arma ha un suo preciso odore, un odore freddo, metallico, di paura, di terrore puro. Si, lo ammetto, ebbi paura. Indossavo il sorchignotto, l’eschimo militare, proprio la “divisa” da sessantottino, che in quei giorni era il codice universale di “amico” per i compagni, ma anche di “problema” per tutti gli altri. Andrea, il più calmo tra noi, portava a tracolla addirittura la famigerata “borsa di tolfa” in cuoio, che allora era la sacca preferita dagli autonomi per trasportare libri, volantini o, nell’immaginario collettivo, la P38 e qualche molotov. «Stai fermo», gli intimò Il più grosso dei tre. Aveva stampata in faccia una espressione marmorea, dura e scura, che lo faceva apparire più come un sampietrino che come una persona. Gli stava addosso, piazzandogli sul petto la canna dell’enorme pistola premendola con forza, fino ad affondarla tra le pieghe della giacchetta jeans mentre, con la mano sinistra, frugava nella tolfa. Quella pressione, violenta e decisa, voleva essere solo un preciso messaggio: non fare cazzate. Con la mano libera nella borsa di Andrea, il coattone tirava fuori fogli, matite, portafoglio e altre cose. Senza trovare nulla, né armi, né pistole e neppure un coltellino svizzero o una misera molotov. Trovò invece un freddo oggetto metallico avvolto in un foglio di giornale. Quindi, spingendo con ancora più forza la pistola sul petto di mio fratello, gli ringhiò, con la voce più rasposa e minacciosa di cui era capace: «E questo? Cos’è questo? Parla, stronzo!». Lentamente e con estrema circospezione estrasse il cilindro dall’incarto che lo copriva, il quale si rivelò subito per quello che era: un banale contenitore di Citrosodina, ovviamente colmo del classico granulato effervescente. L’unico reimedio che potesse risolvere l’acidità di stomaco di cui mio fratello soffriva. Convintosi che eravamo solo innocui passanti, si rilassò fece un cenno ai suoi e nel giro di pochi secondi ci lasciarono andare, senza scuse, senza un saluto. E senza neppure controllare i nostri documenti. Il fatto strano, la prima di una serie di inquietanti coincidenze, è che pochi mesi dopo questo episodio un covo delle Brigate Rosse venne trovato, indovina, proprio in uno dei palazzi i cui cancelli affacciano sulla scalinata Melegari. E i sedicenti “poliziotti” che ci avevano fermato erano forse Br che semplicemente non volevano che nessuno vedesse cosa stavano facendo entrare o uscire da quella casa? Oppure eravamo finiti in un rastrellamento casuale, e magari stavano proprio cercando qualcuno simile a noi? E poi, erano davvero poliziotti, in una divisa così anonima, oppure erano uno di quei servizi segreti deviati che in quel periodo infestavano la Capitale? La nostra paura però era stata intensa, vera, e ci era rimasta addosso, gelida come una medusa. Ma la vera domandona, quella che mi tiene sveglio la notte ancora oggi, è un’altra. A 300 metri da via Melegari sfociava in un canalone una vecchia linea ferroviaria da decenni abbandonata e priva di binari. Una vecchia linea vaticana che correva sotterranea, dalla Balduina a Tor di Quinto, per poi proseguire oltre, verso la Nomentana. Il cuore di questa linea era il lungo tunnel che dalla Valle dell’Inferno arrivava a Vigna Clara, e che, quando ero ragazzo, era il mio parco giochi: lo usavo di tanto in tanto per brevi scorribande in motorino, zigzagando imprudentemente (e a tutto gas) nella galleria, da una parete all’altra e viceversa, saltando, ad ogni zig e ad ogni zag, il piccolo fosso centrale di scolo. Lo percorrevo tutto: avevo scoperto da tempo che era una vera scorciatoia per arrivare da un amico che abitava nell’allora Piazza Igea (oggi Piazza Valter Rossi). Quando il tunnel si interrompeva bruscamente davanti a una grande frana – causa probabile dell’abbandono di tutta la ferrovia – lasciavo lì il motorino e proseguivo a piedi, perché proprio in quel punto, sulla sinistra, si apriva una galleria trasversale che non era una deviazione, ma una vera e propria via di fuga. Portava ad una larga scala a chiocciola la quale, con pochi e comodi gradini, permetteva di sbucare alla luce del sole, in mezzo a dei cespugli e proprio su via Camilluccia. E la cosa che ancora oggi mi dà da pensare è che usciva esattamente di fronte a Villa Petacci, di conseguenza a pochissima distanza da via Fani, dove il commando Br rapì Aldo Moro. E se la galleria ferroviaria, quel tunnel dimenticato che solo noi ragazzi imprudenti conoscevamo, fosse stata la via segreta, l’invisibile percorso che aveva permesso la fuga del commando e del rapito, lontano da occhi indiscreti e dai tanti posti di blocco di quel brutto mattino di piombo? E gli improbabili “agenti” con le pistole spianate incontrati sulla scalinata Melegari erano forse solo l’ultimo anello, l’ultima sentinella di un segreto che nessuno doveva scoprire. E io, mio fratello, Daniela e la Citrosodina eravamo solo finiti nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con l’eskimo giusto, ma che era però anche quello sbagliato. Boooh?
Buona domenica carissimo Enrico.
Come sempre un altro avvincente capitolo della tua straordinaria vita.
I dubbi che hai tu sono quasi certezze. Anche per me.
Abbraccio
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