
Non si è mai saputo come iniziò, ma la consuetudine è ormai un inevitabile cerimoniale. Se apro un barattolo (o, nei casi peggiori, un pacchetto) di biscotti, devo, mi sento costretto, a iniziare a mangiare quelli spezzati. Li cerco, ne scovo i pezzetti più minuti con meticolosa ostinazione, e a volte, in un raptus di lussuria gastronomica quasi indecente, li copro persino di marmellata, o di Nutella. E, s’intende, il vizio non si limita al frollino, mi capita, con la medesima, incomprensibile coazione, con i crackers, con le chips, con le ciambelline, con gli onesti taralli e persino, con quelle entità desolanti che sono le fette di pane secco e le fette biscottate. Che si tratti di una nevrosi? Si propenderebbe per il sì, ma sono sicuro che Sandro, il mio medico di base, preferirebbe chiamarla – per comodità diagnostica – la “Sindrome del Biscotto Spezzato”. Ok, vi esporrò adesso le mie ipotesi, in assoluto ordine di follia. Mi sento pervaso da un istinto primordiale e assolutamente inconscio, quasi un dovere morale: la mia etica, evidentemente, mi impone il salvataggio dei detriti, che consisterebbe nel “sacrificare” gli elementi meno perfetti e danneggiati per preservare i migliori. È una ricerca di purezza alquanto patetica: mangio i rotti per primi, per lasciare l’integrità formale e intonsa a chi non ha ancora alcuna possibilità di comprendere la nobiltà del frammento. Oppure no. È una questione inconscia, ma puramente estetica, il biscotto intero è l’idea platonica, e come tale va conservato, mantenuto nell’attesa. I frammenti, che invece rappresentano la prosa del quotidiano, vanno sbrigati in fretta, senza clamore. Il loro consumo mi concede di godermi la “bellezza” di ciò che è perfetto e che deve restare tale fino all’ultimo boccone. Ma neppure questo mi convince, e la facilità è sempre l’ipotesi più umiliante. Essendo già scomposti, offrono il vantaggio, se non il pretesto, di non dover compiere il minimo sforzo motorio. Sono briciole da prendere con un dito, velocemente. Sarebbe la vittoria del minimo dispendio energetico sull’eleganza. E se fosse, invece, la ricerca di quell’ordine di cui l’intera mia esistenza è stata finora priva? Se lasciassi i pezzetti rotti nel pacchetto, si sbriciolerebbero ancora di più, riempiendo di polvere il barattolo. Eseguirei, in definitiva, un’opera di “derattizzazione” del contenitore, affinché il resto appaia immacolato e pronto per l’ora deliziosa che, in fondo, non arriva mai. No, non lo credo, penso sia più probabile che il frammento sia l’illusione di un pre-pasto innocuo, quasi un assaggio che non impegna la coscienza, uno stratagemma per imbrogliare il conteggio calorico. Può darmi l’illusione di non aver ancora iniziato a mangiare i “veri” biscotti, quelli integri. Un alibi, insomma, per gestire la quantità. Ma la smentita è immediata: essendo io, per costituzione, smilzo, l’alibi del senso di colpa è, purtroppo, un’ulteriore e inutile complicazione. È più probabile che sia la sottile, e tragica, attrazione per ciò che è venuto male. I frammenti, più “umili” e meno pretenziosi, sono la rappresentazione di una fragilità esistenziale che, evidentemente, sento il dovere di divorare prima che si dissolva da sé. Credo che si renda necessaria la presenza di un esperto in “psicologia del frammento“, e con una certa urgenza. Oppure, ipotesi meno esaltante ma assai più economica: cambiare marca di biscotti.