…di navigatori, di trasmigratori e di fotografi.

Si chiamava Gianni. Chiamiamolo pure così, in fondo era il suo vero nome: un nome che evocava stirpi di stilisti, di industriali velisti e di fotografi famosi. A lui sarebbe piaciuto interpretare almeno uno di questi ruoli, e invece era un giovane come tanti, belloccio, assai robusto e sufficientemente smidollato. Una robustezza inutile, tutta dedita all’inedia, un vero monumento all’inconcludenza. Cosa sapeva fare? Poco, forse nulla, o meglio, in una cosa eccelleva: nelle feste.  Ma non fatevi ingannare, che fosse nella casa di Roma o in quella di campagna, erano sempre quelle feste in cui ognuno doveva portare qualcosa e il padrone di casa quasi nulla. Lui ci metteva, semmai, un mare di chiacchere e le pulizie a festa finita. Infatti quando sentiva che la stanchezza (di cosa, poi, non l’ho mai capito) lo stava per vincere, afferrava scopa e paletta e cominciava ad agitarsi per casa, a rimuovere nervosamente invisibili briciole in terra. Un napoletano avrebbe detto che stesse “facenno ammuina”, si insomma…pulisse per finta, e che questo fosse il suo modo di dire e non dire che la giornata doveva necessariamente volgere al termine.  Ciò nonostante (non ho mai capito perché), lo presi come assistente. Volontario, s’intende, visto che era abbastanza benestante per permettersi di ignorare l’assalto delle bollette e delle altre miserevoli incombenze a cui eravamo sottomessi noi gente comune, e pertanto la mancanza di una qualche paga non sembrava lo turbasse, anzi era chiaro che lo liberasse da qualsiasi obbligo. Diceva di voler imparare, ma poi arrivava sempre all’ora di pranzo e per andarsene assai prima dell’ora canonica, con pretesti assurdi, scuse che non stavano in piedi. Il suo apprendistato restò una delle tante astrazioni della sua vita. Quell’estate, che rimase unica, decise di fare esperienza di vela sulla barca di Marco: l’Ignazio. Un minuscolo ma comodissimo Gib Sea di sette metri, una barca robusta che aveva visto l’Atlantico prima di cadere nelle mani di una band di jazzisti squinternati, che in pratica l’avevano usata come palco galleggiante e solo per andare su e giù per la foce del Tevere suonando all’impazzata, per il piacere o il tormento (dipende) di chi, sulla riva, cercava faticosamente di abbandonarsi allo zen della manutenzione della barca. Marco, mio fratello, aveva scovato l’Ignazio alla Tecnomar, in evidente abbandono sull’invasatura e passò l’inverno a rimetterlo in sesto per poi, a fine luglio, riconsegnarlo all’acqua. E finalmente, il 31 luglio 1990, prendemmo il largo, io e la mia compagna su Soffio, Marco e Gianni sull’Ignazio. Destinazione: l’Arcipelago Toscano. I rapporti in barca, si sa, non sono facili. E mentre Marco passava il tempo a tirar su superbe occhiate e gustosissime boghe che io friggevo all’istante per la gioia di tutti, Gianni, col suo parlare volutamente strascinato, lo rimbrottava di continuo con queste testuali parole: «E dai Marco, basta tirare su questi cadaverini». Cadaverini… capite? Un’amicizia incipiente che, come la sua carriera da assistente, non era destinata a durare. Ma era amico di Ela, la mia compagna, e così la nostra partecipazione alle feste nelle sue case proseguì come se per noi nulla fosse stato. Purtroppo in una di queste lunghe veleggiate, quando la brezza non ci  faceva avanzare a più di tre nodi, gli avevo solleticato la fantasia raccontandogli, con la giusta dovizia di suggestioni, di un mio amico degli anni ruggenti, anche lui fotografo (ma di moda), che avevo convinto a partire per il Sudamerica parlandogli della bellezza delle donne, dei frutti tropicali, delle location e di quanto fosse meravigliosa la vita laggiù. Quello mi prese sul serio e partì, ma data l’età ancora acerba e forse anche la scarsità di denaro, lo fece in modo assai romantico, imbarcandosi a Trieste su una bananiera che faceva ritorno a Panama e ripagando, forse solo in parte, l’ospitalità tenendo scrupolosamente il diario di bordo. Chissà cosa questo racconto fece scattare nella testa di Gianni, fatto sta che un mesetto dopo il ritorno a Roma organizzò l’ennesima festa, un evento solenne questa volta, per dare a tutti una vera notizia: sarebbe andato a Gibilterra a cercare un passaggio su uno yacht per attraversare l’oceano. Non potevo crederci. Lui, l’uomo della scopa e paletta, contro l’Atlantico. Eppure, dopo un paio di mesi, ecco una cartolina dai Caraibi. Poi una dalla Colombia. Poi altre ancora. Ce l’aveva fatta. Dopo alcuni mesi di silenzio, riapparve a Roma e organizzò, indovinate un po’, un’altra festa, questa volta per il ritorno. Gli chiesi come fosse andata la traversata. «Bene,» mi rispose. «A Gibilterra trovai un tedesco con un ketch in acciaio… una barca meravigliosa, comoda, ma priva di equipaggio e così mi prese subito a bordo.» «E allora?» Lui sembrò imbarazzato. «Era un pazzo. Voleva navigare in quel mare… non avete idea delle onde… macché onde: montagne d’acqua. Mi feci sbarcare in Marocco e rientrai in Italia in aereo.» «E il Sudamerica?» «Ah, la voglia mi era rimasta, così comprai un biglietto aereo per il Venezuela e da lì….»

Lascia un commento