Non, mercì.

C’è sempre un momento preciso in cui la geografia del cuore smette di coincidere con quella delle mappe. Per me quel momento ha una data incerta, tra il 1979 e il 1980, e l’aspetto magnifico di un villaggio berbero affacciato sul Mediterraneo, Herglà. Ero lì solo per ritrovare un amico ma mi stavo per scoprire invitato ad un matrimonio, quello della sorella di Mohammed. Ma non era più il Mohammed che ricordavo. Il mio amico, o quello che io, con l’ingenuità tipica dell’occidentale, continuavo a ritenere tale, mi aveva sistemato in una confortevole, secondo i canoni berberi, casa tra gli ulivi e il mare. Un rifugio di calce bianca e silenzio, poco distante dalla dimora patriarcale. Fu lì, tra l’odore della terra secca e quello delle capre, che mi consegnò la sua sentenza: «Non possiamo essere amici. Apprezzo molto il tuo comportamento rispettoso, non ti sono ostile, ma non puoi essere più uno di noi». Cosa era rimasto del giovane che aveva lavorato alla Volkswagen in Germania, che aveva riso nelle birrerie e masticato libertà e cibo haram? Nulla. Era stato fulminato sulla via di Teheran. Le parole dell’Ayatollah Khomeyni avevano agito su di lui come un acido, sciogliendo definitivamente, e per sempre, il suo fragile legame con l’Occidente. Per lui, io ero adesso diventato solo un’appendice del “Grande Satana”. «Sei mio ospite, e per i tre giorni canonici ti onorerò, ma quando te ne sarai andato guarda di non tornare mai più». Rimasi di sasso. Eppure, con una schizofrenia tutta orientale, aggiunse: «Resta per il matrimonio di Safiyya, ci saranno musicisti, danzatrici… Lasciamoci con un buon ricordo». Mentre accettavo, la memoria corse a pochi anni prima, al 1973, quando Mohammed era stato mio complice di scorribande notturne che in quel momento mi sembravano appartenere a un’altra vita. Scavalcammo allora alti muri di cinta per raggiungere i quartieri femminili di una famiglia, attirati dagli sguardi sfuggenti ma pieni di promesse di ragazze che io, onestamente, non avrei mai saputo decifrare senza di lui. «E se ci scoprono?», chiedevo mentre ero già a cavalcioni del muro «se ci scoprissero, Mohammed, cosa accadrebbe?» «Ci uccidono», rispondeva lui con la naturalezza di chi commenta il meteo. «Ma la vecchia che le sorveglia è mia parente e complice. Riderà dei nostri amplessi». E così accadde: il paradiso dei sensi si aprì nel buio del camerone profumato, tra risatine, rischi mortali e sospiri. Erano i tempi di Bourghiba, la tolleranza per certi peccati, come fumare marijuana, o ubriacarsi, era fissata sullo zero assoluto. Ma noi eravamo giovani e incoscienti, e il mese di dicembre volgeva al termine, che fosse alcol o cannabis qualcosa dovevamo trovare per Capodanno…Fu così che organizzammo una coraggiosa spedizione con la Mehari di Philips, il mio ospite di allora, verso un cratere profondo, un orto segreto coltivato a cannabis da una famiglia berbera. Riprendemmo la strada per Herglà col buio, con una busta di pane non grande ma gonfia di infiorescenze, passando posti di blocco con una tensione che mi faceva pulsare il sangue nelle tempie. Ai poliziotti non interessava nulla di cosa trasportassimo, cercavano solo, e lo chiedevano sfacciatamente, il pourboire, la mancetta, proprio come nella battuta di un famoso film: «Chi siete? Dove andate? Un fiorino!». Il famigerato “fiorino” di un’Italia lontana, ma del tutto simile.

E poi arrivò il giorno del sacrificio. E il piatto forte del banchetto era un torello, da abbattere secondo un preciso millenario rituale nel piazzale accanto al Maraboutto, la tomba del santone. Ero lì con la mia Nikon al collo, testimone oculare dell’evento, in una spianata di sabbia gialla macchiata qua e là dai rimasugli di passate esecuzioni. In lontananza, il ritmo dei tamburelli e dei flauti unito alla zaghourat delle donne, un’ululazione gioiosa che ti entrava nelle ossa e che annunciava l’arrivo del corteo. Il torello avanzava ignaro, agghindato come un re, ma già pronto per il patibolo. L’officiante teneva la lama nascosta dietro la schiena, pronto per un gioco di prestigio macabro. Poi, in un istante, il gesto arcaico, la gola recisa, il sangue che inonda la polvere, la bestia che crolla sulle ginocchia. E la zaghourat delle donne mescolata al rantolo della povera bestia a mò di colonna sonora. L’odore ferroso del sangue e il lezzo della morte mi toglievano il respiro, ma, trattenendo il ribrezzo, continuavo a scattare a raffica. Ero in quel momento solo una lente, una macchina fotografica, non più una persona. Poi nel mirino apparve un’altra immagine: la lama insanguinata puntata verso di me e il viso dell’officiante che mi fissava, gli occhi accesi da una furia sacra. Il suo sibilo fu più gelido del metallo: “Tu veux prendre des photos pendant que je te tranche la gorge aussì?” (Vuoi fare una foto mentre taglio la gola anche a te?).

Abbassai la Nikon. Il mondo tornò a fuoco, improvvisamente reale. «Non, merci», fu l’ultima cosa che dissi prima di diventare per sempre uno straniero.

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