Méhari, specie di mammifero Artiodattilo Camelide, con una gobba. A volte si accompagna a vitelloni.

Strane cose accadevano in quegli anni. Alla ricerca di un futuro da fotografo quel giorno, erano sempre i primi anni ‘70, incontrai diverse persone con cui avrei dovuto intraprendere un percorso diverso da quello che poi ho avuto, cioè sarei potuto diventare fotografo per riviste patinate. Ricordo che il primo appuntamento fu con un tale, presentatomi dal solito Divo Cavicchioli, che voleva pubblicare in Italia una rivista, un femminile con un trattamento glamour dei contenuti. Forse si trattava di Cosmopolitan, infatti mi chiese se ero disposto a trasferirmi a Milano. Io in quegli anni apprezzavo molto fotografare belle ragazze e la mia visione era fortemente condizionata dalla quantità di ormoni che circolavano nel mio corpo di ventiduenne. Non dico che accettai subito, ma tra un discorso e l’altro, fui parecchio disponibile, anzi, entusiasta. Anche se trasferirmi a Milano non era tra le mie priorità, diciamo. Degli altri colloqui mi ricordo poco, tranne uno con un altro signore che invece avrebbe voluto pubblicare una rivista per soli uomini, parecchio oscena, in pratica una rivista porno. Decisamente porno. Insisteva molto su alcuni nomi, su un certo Lasse Braun che stava provando a cambiare, rivoluzionare, la scena del porno in Italia. Non dissi di no, ma il porno proprio non mi interessava, né come utente e neppure come operatore. Gli incontri di quella giornata finirono li. Poi, nel  pomeriggio, incontrai alcuni amici, che bighellonavano per Roma con una Méhari e mi aggiunsi al gruppo degli sfaccendati. Andammo quindi a passare un oretta o due al Caffè Greco, si proprio quel famoso Caffè di via Condotti, in fondo eravamo giovani, privilegiati e avevamo un sacco di tempo a disposizione. Anche troppo. Eravamo seduti già da un po’ quando entrò Xenia, una ragazza, figlia di una francese e di un orientale, che ogni tanto, (era bellissima capelli lisci lunghi e neri, occhi verdi smeraldo, alta e snella), faceva la modella. Mi conosceva, e quindi si sedette accanto a me sul divanetto rosso. Gli altri rosicarono parecchio, parlammo per un po’, poi, con fare circospetto mi passò un pezzetto di carta argentata accartocciata, “una sorpresina, un regalo” disse, mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò. Uscimmo tutti, eravamo curiosi di vedere cosa ci avesse lasciato: una robetta insignificante, due pezzettini rossicci, sembravano foglie, ma minuscole. Ok, fumiamocele, detto fatto. Eravamo in cinque sul Mehari, cinque completamente fuori. Improvvisamente una terribile voglia di dolci mi prese alla gola. “Andiamo al bar in Piazza Jacini”, dissi immaginandomi già il banco pasticceria di Lazzareschi, pieno di paste cremose e dolcissime… lo strudel. Appena arrivati entrai di corsa nel bar, gli occhi sulle paste, l’acquolina in bocca…“Ciao, come va? oggi non mi ha lasciato il tuo numero di telefono” era il tale che avevo incontrato al mattino, quello delle foto glamour… nell’entusiasmo per la sua proposta non gli avevo lasciato i miei recapiti. Accidenti. Mentre cercavo disperatamente di ricordare il numero di telefono di casa, un numero alla volta “6…5…7…2…9…5…”lui tirò fuori di tasca la sua agendina e cominciò a sfogliarla. “A proposito, come fai di cognome?” disse con la penna in mano. I pensieri mi si accartocciarono in testa, i numeri e le lettere entrarono in conflitto. “Non mi ricordo” dissi dandomi una forte pacca sulla fronte. Chiuse l’agenda “Ok, semmai ti cercherò tramite Cavicchioli”. Non lo rividi più. Un attimo dopo per la rabbia e l’adrenalina ero del tutto lucido, e la voglia di dolci… passata. Victor Cavallo inserì anni dopo questa mia storia triste in un suo show. Risero tutti di gusto. Tutti tranne uno.

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