Brazil, ta ta ttata tataaa…

La mia caderneta escolar de identidade, Colegio Pais Leme. Sao Paulo, 1956

Accadde tutto in Brasile, terra di magie, colori e cachaça. Erano gli anni ‘50, dovevo avere cinque o sei anni ma già mi dedicavo con passione crescente alla caipiriñha. Tutto iniziò a Ubatuba, Praia Vermelha, dove avevamo affittato per l’estate una fazenda da un tale, un certo Jorginho, un caiçara che aveva un campo di canna da zucchero. Dalla canna da zucchero alla cachaça il passo è breve, brevissimo. Pochi metri. E infatti Jorginho aveva, davanti casa, un piccolo incannucciato dotato di una specie di banco di legno. Una cosa rustica, ma rustica… In quel posto non avevamo energia elettrica, solo lampade a petrolio e quindi niente frigo, ma la cachaça era al fresco, un metro sotto terra e per tirarla su il furbo e organizzato Jorginho aveva montato una pompa a mano, di quelle per l’acqua, che evidentemente funzionava benissimo alla bisogna. Quel giorno io e Paolo (Vasta) un amico artista dei miei, eravamo andati in spiaggia, ma non a Praia Vermelha, che si chiama così perché pericolosa, ma nella spiaggetta a fianco, dove la sabbia era bianca, il mare indaco e calmo e pieno di pesci e aragoste. Tornavamo quindi alla fazenda su un sentierino stretto stretto tra la fitta vegetazione, il caldo era tanto e Paolo decise una breve sosta rinfrescante. Già, perché in Brasile si beve d’inverno perché scalda e d’estate per rinfrescarsi. Insomma, ogni occasione è buona. Jorginho prese un paio di frutti dall’albero, li schiacciò in un bicchiere, mise il bicchiere sotto il getto della pompa, girò tutto con un legno che teneva lì appositamente e lo diede a Paolo. Immediatamente io, che avrò avuto al massimo 6 anni, iniziai a protestare vivacemente, finché Jorginho non preparò un altro bicchiere di cachaça che poi Paolo mi porse con le parole “ tiè, bevi”. Che dire, era fantastico, ma in breve ero ubriaco e allegro come una scimmia. Arrivati alla “casa” mamma andò su tutte le furie a vedermi in quello stato e per risparmiarmi un’encefalite da alcol, così diceva, anzi urlava, prese un secchio d’acqua gelata dal pozzo e me lo gettò con violenza in faccia. Io mi girai, l’acqua andò giù, fino in fondo nell’orecchio, si accomodò sul timpano e io mi presi un’otite batterica. L’unica otite da alcol a memoria d’uomo. 

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