
Accadde tutto in quel Brasile primordiale, in cui il tempo sembrava un’invenzione del tutto imperfetta e il mondo ancora profumato di colori saturi, miracoli e cachaça. Erano gli anni cinquanta, un’epoca in cui la vita scorreva con la lentezza dei fiumi amazzonici, e io, sebbene avessi appena cinque o sei anni, già coltivavo una vocazione, assai precoce e destinata all’eternità, per la caipirinha. Tutto ebbe inizio a Ubatuba, sulla Praia Vermelha, in una fazenda sospesa tra la giungla e il rombo dell’oceano. Il nostro padrone di casa era un certo Jorginho, un caiçara dalla pelle bruciata dal sale che possedeva un campo di canna da zucchero e il segreto della felicità liquida. Tra il bosco di canne che ondeggiavano al vento e il distillato che incendiava il sangue, il passo era brevissimo: un soffio, appena pochi metri di terra battuta. Davanti alla sua casinha, Jorginho aveva eretto un minuscolo altare di rami, un banco di legno così rustico che pareva essere germogliato spontaneamente dalla terra. Quel lembo di mondo non conosceva lo splendore artificiale dell’elettricità, (a rischiarare la notte bastavano le fiamme tremolanti delle lampade a petrolio), ma senza elettricità niente frigoriferi,e quindi la cachaça, per essere bevibile, doveva per forza essere custodita nel ventre fresco della terra, in un barile sepolto a oltre un metro di profondità, e che Jorginho, con il suo genio organizzativo, aveva collegato a una pompa a mano, di quelle che solitamente offrono l’acqua del pozzo, ma che lì, per un prodigio della sete, offrivano lo spirito della terra. Un pomeriggio, io e Paolo Vasta — un artista amico dei miei, capace di vedere nelle nuvole forme che Dio non aveva ancora immaginato — tornavamo dalla spiaggia attigua. Non dalla Praia Vermelha, il cui nome era un monito di sangue e correnti proibite, ma da una baia segreta dove la sabbia, bianca e morbida come farina di tapioca, era brulicante di piccoli granchi e il mare, calmo e indaco, ribollente di pesci e di aragoste fiduciose. Risalivamo dunque un sentiero così stretto che la vegetazione sembrava volerci abbracciare, e il caldo, in quell’ora prossima al mezzogiorno, ci vestiva di un mantello viscido, e appiccicoso, dove minuscoli insetti venivano a banchettare e incollarsi. Paolo, seguendo la saggezza brasiliana secondo cui la caipirinha si beve d’inverno per accendere il fuoco e d’estate per domarlo, decise per una sosta rigenerante. Jorginho, con la lentezza rituale di un officiante, colse due frutti da un albero, li frantumò in un bicchiere di vetro spesso e azionò la pompa prodigiosa. Un getto di trasparenza sotterranea inondò il bicchiere, subitaneamente mescolato con un rametto di legno levigato dall’uso e offerto a Paolo. Fu proprio allora che io, con quell’autorità millenaria che solo un bambino di sei anni può possedere, iniziai a protestare. Grida che scossero i pappagalli dalle palme e le scimmie dagli alberi. Jorginho, senza neppure scomporsi, preparò un secondo bicchiere, che Paolo mi porse con un gesto breve: «Tiè, bevi». Un nettare fantastico. In pochi istanti, la strada si fece morbida e io mi ritrovai ubriaco e gioioso come una scimmia nel giorno della festa nazionale. Ma al nostro arrivo alla fazenda, l’incanto si spezzò contro il muro della realtà materna. Mia madre, vedendomi barcollante e con quel sorriso allucinato in volto, fu colta da una furia biblica, e per salvarmi dall’encefalite alcolica che vedeva già profilarsi come una maledizione familiare, attinse un secchio d’acqua gelida dal profondo del pozzo e me la scagliò in faccia con la violenza di un esorcismo. All’ultimo istante, come per sfuggire a un destino avverso, io mi voltai, l’acqua non mi lavò il viso e neppure mi salvò l’anima, ma scivolò perfidamente dentro l’orecchio, accomodandosi poi sul timpano con la pervicacia di un insetto molesto e indesiderato. Da quell’acqua non salvifica bensì punitiva nacque un’otite batterica feroce e leggendaria. L’unica otite al mondo — si disse poi nelle cronache della famiglia — nata non dal vento o dal freddo, ma da un po’ di cachaça bevuto sotto il sole di Ubatuba.