Era il 38 luglio, un anno prima era scoppiata Reggio

Un take d’agenzia, luglio 1970

Si, era luglio, un luglio caldo e assolato esattamente come tanti. Io e Ennio eravamo partiti con la fiat 125 che ci aveva prestato Vladi, destinazione Taormina, dove avrei dovuto finire un lavoro. Settecentocinquantaduechilometri di strada.Tanta, troppa. Ovviamente allungammo, e non di poco. Il fatto era che il nostro comune amico, Luciano, si era trasferito ormai da anni in una tenuta a Reggio Calabria, la mamma era calabrese, famiglia importante di quelle che contavano allora, e probabilmente ancora oggi. La masseria era grande, aveva un sacco di casette intorno, un porticato, una grande aia e aranceti tutt’intorno. Decidemmo di fermarci qualche giorno, tanto per il lavoro di Taormina eravamo in tempo. Luciano ospitava, proprio in quei giorni, tre ragazze francesi e il piccolo figlio di una di loro, Marie Helene, che aveva da poco perso il marito in un incidente stradale. La situazione era estremamente rilassante e piacevole, il cibo ottimo, il vino anche e il mare, il mare…anche in acqua Isabel faceva partire il coro  “era il 38 luglio…” si, eravamo scemi, giovani e scemi. Passati un paio di giorni così ripartimmo per Taormina, dove, nel giro di una settimana chiusi il lavoro, incassai il convenuto e ripartimmo. Altre centinaia di chilometri da fare, altre autostrade, altro caldo, uffa.. “Perchè non ripassiamo a trovare Luciano, che fretta abbiamo, chi ci aspetta?” propose Ennio, che forse aveva posato un occhio, se non addirittura una mano, su una delle ragazze. E poi c’era Marie Helene, era bella, si, davvero bella. Ripassammo quindi da Luciano, ma non fu una grande idea. Eravamo stanchi, per sbrigarci avevamo dormito pochissimo, ci tenevamo in piedi con svariati caffè e vodka, e a casa di Luciano trovammo un ricevimento, di quelli del sud, con tutti i notabili di Reggio, perfino un alto prelato, tutti seduti ai due lati di una lunghissima tavolata sotto il portico. La sera era calda, il vino buono, io ero seduto accanto a Marie-Helene e all’altro lato avevo un ragazzo ben curato e vestito che ogni tanto si sporgeva verso la francese, ovviamente  passandomi davanti, e con un sorriso beffardo le diceva a bassa voce ogni sorta di oscenità. Lei non parlava italiano o faceva finta di non capire, in ogni caso lo ignorava con un certo disprezzo nello sguardo. La situazione era davvero spiacevole e di lì a poco scattai in piedi… “basta”, gli urlai. Tutta la tavolata si girò verso di noi, lui prese un coltello dal tavolo. Era svelto di mano, evidentemente, io ruppi sul tavolo una bottiglia e tenendola ben salda in mano lo affrontai deciso. A quel punto lui mi invitò a uscire “vieni fuori, qui diamo scandalo”, e si avviò. Stavo per andare, ma Luciano mi fermò: “sei matto, se esci sei morto, è uno del “boia chi molla” e fuori ci sono i suoi guardaspalle”. Mi ero messo in un bel casino, “dovete andare via, scappare, subito, prima che si organizzino” “Anche le ragazze” continuò Luciano. Serve dire che i notabili dettero tutta la colpa a me di quanto stava accadendo? Anche la madre di Luciano, anche il prelato, non mancarono di rimproverarmi. In breve decidemmo, caricammo tutti i bagagli sulle due auto, sulla 125, che nessuno aveva ancora visto salì Ennio con Isabel e Monique, l’altra ragazza, io mi misi alla guida dell’Alpine di Marie Helene. Che era l’auto conosciuta da questo ragazzo e dalla sua banda. Uscimmo da un ingresso secondario, a tutta velocità io davanti e pochi minuti dopo Ennio. Tanto era me che volevano. La Renault Alpine era un bolide, per fortuna, e io abbastanza spericolato. Salimmo sulla rampa dell’autostrada mentre due auto stavano cercando di chiuderla (avete presente i film americani?)  ad una velocità pazzesca, le due auto si misero all’inseguimento, una era un Alfetta… non tolsi il piede dall’acceleratore. L’alfetta era sempre lì, anzi, ogni tanto quando incrociavamo un camion, e dovevo rallentare, loro tentavano la sportellata, uscì anche un braccio armato da un finestrino. Mentre tutto accadeva Olivier, il bimbo di appena un anno, dormiva della grossa in una micro amaca attaccata dietro, e Marie Helene, la mamma, piegata in avanti si nascondeva il viso terrorizzata. Un incubo. Arrivammo all’altezza di Salerno sempre a tutto gas, rischiando di schiantarci su una fila di auto ferme dietro a una curva, ma i freni erano buoni e l’unico danno furono due copertoni bruciati, da sostituire. Gli inseguitori, per fortuna, avevano mollato già da tempo, anche se non me ne ero assolutamente accorto.Era il 38 luglio, faceva molto caldo… cantavano gli Squallor quell’estate. Effettivamente…

Arrivammo con molta calma a Roma. L’adrenalina era decisamente scesa, la notte da incubo, ormai lontana. Ci raggiunse Ennio, anche loro avevano avuto incontri troppo ravvicinati con altri inseguitori, ma era me che volevano, quindi li lasciarono stare. A Roma riprese la vita di sempre, alzatacce a mezzogiorno, caffè al bar… pizza al taglio dall’altoatesino di via della Suburra. E poi un giretto in piazza, le notti brave in giro per far conoscere la “vera Roma” alle francesi, quella città di “che c’hai cento lire”, “passami na sigaretta” “che famo, c’annamo?” Era così, Roma, bonacciona, scroccona, perdigiorno. E anche noi. Ogni sera, quasi ogni sera, andavamo per  cornetti caldi, “grattachecche”, dalla sora Maria a via Trionfale, all’Isola Tiberina, e sul tardi al “Ristoro della salute” un posto in stile coloniale davanti al Colosseo, tutto stucchi africaneggianti coloratissimi. Bellissimo decor, pessimi frequentatori. Il Colosseo era zona di prostituzione, soprattutto maschile, quindi te lo raccomando il pubblico. Però facevano dei frullati di frutta…i migliori del mondo. Una sera, anzi, una notte, era più o meno l’una, mentre facevamo la fila alla cassa, qualcuno palpò le natiche a Marie Helene, certo meritavano, ma lei non gradì. Rispose con un ceffone, neanche questo gradito dal trucidone, poi lei si nascose dietro me “ Blasi, difendimi” non feci in tempo a capire, un pugno sferzato con violenza mi stese tra le cassette di frutta. Ero diventato, per lei, dopo i fatti di Reggio, il cavaliere senza paura. E dire che era stato tutto merito della stanchezza, del vino, se fossi stato sobrio magari avrei evitato. Due, tre, quattro giorni a Roma poi effettivamente “faceva troppo caldo, anche qui era scoppiata l’afa”. Decidemmo di tornare al sud, più esattamente a Vulcano, dove Luciano, che non se l’era presa (e vorrei vedere) ci aspettava. Partimmo da Napoli, con una nave scassatissima strapiena di gente, basta autostrade e basta Reggio Calabria, ras le bol. Vulcano era bellissima, piena di alberi, di mimosa, il mare azzurro e placido, le acque sulfuree, i fanghi. Facevamo il bagno nel fango, lo lasciavamo seccare  addosso e poi un bel bagno a mare per rimuoverlo. Di giorno, di notte, anche a mezzanotte, sotto le stelle e la luna. La pelle era diventata liscia, una seta, “senti, senti qui che pelle”… a forza di sentire quanto la pelle fosse liscia, quanto fossimo statuari, morbidi, levigati, accadde. Cosa? Beh, eravamo giovani, belli quanto basta, allegri, disimpegnati (io veramente prossimo al divorzio) e sessualmente attraenti. Ci siamo abbandonati al piacere, e fu bellissimo, anche se poi non durò a lungo, ognuno aveva la sua vita, chi in Italia, chi in Francia. Rientrammo con la stessa nave, dormendo in coperta tra mille altri infilati nei sacchi a pelo, con la pelle di seta e la testa di sogni.

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