
Sette giugno del duemilasette, un giorno come tanti, ma a noi pareva che il sole volesse liquefare anche i sassi del Niger. Eravamo scesi nel ventre profondo della Valle di Keita, alle sedici e quarantasette avevamo appena superato il wadi e il destino ci stava già venendo incontro: un muro rosso di nuvole e polvere che avanzava tra fulmini e tuoni come un esercito in armi, un temporale di sabbia, un prodigio della natura da togliere il fiato. Dimenticando la prudenza, virtù dei mediocri, io e Sam ci catapultammo fuori dall’auto. Non udimmo le grida dell’autista né i flebili rimproveri di César, che rimase a godersi il fresco dei sedili posteriori, giocherellando con la sua macchinetta compatta come un signorotto in gita. Ma noi avevamo fame di quelle immagini: volevamo la pioggia, volevamo l’acqua in una terra dove ogni goccia è un miracolo che non capita tutti i giorni. Restammo lì, in piedi e esaltati, a catturare i fulmini e l’ira del cielo. Tornammo al fuoristrada bianco delle Nazioni Unite zuppi fino al midollo, infangati di quella sabbia rossa che si appiccica addosso come i peccati. Quando arrivammo alla casa del coordinatore, un forestale dal volto indurito dal clima, questo ci accolse con una ramanzina che sapeva di sale e saggezza: «Non fatelo mai più!». Ci spiegò, con la schiettezza di chi vive tra le privazioni, che in quella valle sterminata, dove centomila anime vivono senza il conforto di un bagno, la sabbia è il ricettacolo di ogni miseria umana, polverizzata dal sole e poi sollevata dai temporali. Avevamo respirato polvere di latrina in un luogo dove la meningite, da sempre, danza invisibile tra la gente. Avevamo rischiato la vita, è vero, ma avevamo rubato al cielo immagini bellissime, lampi che parevano ferite di luce nel buio rossasstro del deserto. La nostra prima notte fu un inferno di calore asfissiante. Solo una stanza, adibita a ufficio, offriva la tregua di un condizionatore, e lì pianificavamo, discutevamo e sognavamo. Dovevamo narrare una leggenda vera, venticinque milioni di alberi piantati, ottocentocinquanta pozzi, laghetti popolati di pesci commestibili e vivai di acacie nate per sfidare il vento. Ma capimmo presto che la vera storia non erano i numeri, ma le donne e gli uomini che, con la zappa in mano, avevano fermato il deserto. Erano stati guidati da giovani professionisti italiani, ragazzi che avevano rispolverato tecniche ancestrali, antiche come il mondo, per domare quella terra ostile. Il nostro progetto era un contenitore a tre teste, ma il deserto ci mise a nudo. Sam, abituato ai documentari d’impegno, era l’unico a suo agio. César, invece,evitò di un soffio il naufragio voleva interrogare i locali sui massimi sistemi, sulla vita e sull’astrazione, ma scoprì che a Keita la musica non esisteva e le parole servivano solo per le cose che si potevano toccare. L’amore, laggiù, non era un madrigale, ma un atto concreto e carnale, senza fronzoli. Dovette cambiare ogni domanda, perché ogni etnia parlava una lingua diversa e quasi nessuno capiva quella dell’altro, neppure il nostro interprete. Io, dal canto mio, volevo ritrarli come eroi di Jacques-Louis David, fieri con i loro attrezzi da lavoro. Ma il silenzio tra noi e loro divenne la mia fortuna. Non avendo mai visto una Hasselblad, mi scrutavano con la stessa curiosità con cui si guarda un animale esotico. Decisi allora di ritrarli come i maestri del Rinascimento rappresentavo i potenti di allora: l’uomo nel suo ambiente, nudo nella sua verità. In quei quattromila chilometri quadrati scoprii una fratellanza che noi abbiamo dimenticato, l’acqua lì non è di nessuno, è di chi ha sete. Un giorno, mentre fotografavo dei ragazzini in maglia a righe, finii l’acqua sotto un sole assassino. Mi costrinsero a bere dalle loro bottiglie, nonostante il medico mi avesse giurato che la flora batterica locale mi avrebbe annientato. Infatti, poche ore dopo il tramonto, una terribile diarrea mi inchiodò al water per una notte d’inferno. Ma avevamo le medicine, e il tappo chimico funzionò e resse l’urto. Rimanemmo una settimana, ma io tornai mesi dopo, nella stagione delle piogge, con Emiliano, il mio “Direttore del Riflesso”. Volevo il verde, le messi rigogliose, la vita che esplode. In quindici giorni fotografai Haussà, pastori Peul e nobili Tuareg. Che gente magnifica, poveri in canna, ma eleganti come principi, sereni, felici di un briciolo di miglio e di una cipolla secca. Uomini e donne realizzati, ben più dei ricconi che piangono nelle nostre città.
Andate a guardare i loro volti nella mia gallery. E un’ultima cosa, per ridere della nostra presunzione: lì nessuno aveva l’elettricità, quindi neppure la TV, ma quegli uomini del deserto sapevano tutto, ma proprio tutto, del nostro campionato di calcio. Risultati, classifiche e persino le corna dei calciatori. La fama, evidentemente, viaggia più veloce della sabbia.