
Ditemi un po’, anime pie e peccatori di passaggio, a quanti di voi piacciono i ragni? Qualcuno ha il fegato di trovarli «belli» o, Dio me ne scampi, «appetitosi»? Eppure, in quel Brasile spudorato e magico, il ragno non è una maledizione, ma una pietanza, un boccone prelibato da accompagnare con un sorso di pinga. Soprattutto certe bestie enormi e vellutate che i miei compagni di strada chiamavano, con una tenerezza che faceva raggelare il sangue, «pollastrelli». Il nome non era un inganno della lingua, per loro erano veri polli a otto zampe. Quando ne incontravamo uno lungo il cammino o nel prato che sognava davanti casa, c’era sempre un ragazzino pronto a sfidare il destino. Gli poggiava il palmo sulla schiena, con la maestria di un pescatore di granchi, gli staccava il capo con un colpo secco del pollice e lo infilzava su un rametto. Poi, su un fuoco di sterpi, gli bruciava i peli velenosi finché la polpa non mandava un profumo di peccato, e se lo mangiava lì, con la fame di chi divora un appetitoso churrasco. Capitò persino a mio padre, che era uomo di cultura e pennelli. Andato in cerca di idoli e meraviglie nel Mato Grosso, fu ospitato da una tribù Xingù che lo trattenne a pranzo offrendogli le prelibatezze della terra, bruchi grassi cotti in foglie di banano e, naturalmente, quei meravigliosi spiedini di ragni appena grigliati. Dovette far buon viso a cattiva sorte e, con lo stomaco che protestava in una lingua sconosciuta, mandò giù tutto. Quando ce lo raccontò, mia madre sbiancò, Donna Gilda si fece il segno della croce inorridita, io, invece, gli chiesi solo se sapessero di buono. «Ne avrei fatto volentieri a meno», mi rispose lapidario, con il tono di chi ha visto l’orrore dell’abisso. Io, da parte mia, ero già un piccolo tiranno privo di scrupoli e senza pietà. Se avevo la (s)fortuna di incrociare una madre ragno con il dorso brulicante di mille figli minuscoli, la giustiziavo immediatamente con una mattonata implacabile. Poi mi accanivo sui piccoli in fuga, come un dio capriccioso che non accetta discendenze. Ma il mondo, si sa, ha una sua pazienza che prima o poi finisce, e arrivò il giorno in cui un ragno decise di vendicare l’intera sua stirpe ingiustamente calpestata. Davanti alla nostra casa di Rua Silvia 418, la terra rossa finiva in una scarpata ripida, un territorio di polvere e brividi dove giocavamo con rudimentali slittini di legno. Erano ancorati a un paletto con una corda, l’unico legame che ci impediva di precipitare nella boscaglia sottostante, regno oscuro di enormi ragni marroni che abitavano buchi mimetizzati da botole di seta e sassi. Erano cacciatori sapienti che restavano in agguato finché un topolino, un passero o un insetto non inciampava nei loro fili-trappola. Quel giorno, Xuni o forse Luis Carlos, compagni di giochi e di tradimenti, decisero di scatenare per me l’inferno. Tolsero il paletto e io volai giù, dritto nel cuore del terreno dominio dei ragni, fermandomi tra i cespugli che segnavano il confine del nostro mondo civile. Il terrore mi mise le ali. Afferrai un rampicante per risalire, ma il destino, baro, non fu d’accordo e uno di quei fili di ragno si impigliò nella fibbia del mio sandaletto. Con orrore, vidi la bestia risalire la lenza, piano, piano, lento e implacabile. Accelerai, il rampicante si spezzò e io scivolai a quattro di bastoni proprio incontro al mio carnefice. Mi immobilizzai come un morto, il respiro mozzato. Sentii il peso del ragno sulla gamba nuda; le zampette mi punzecchiavano come mille punte di gelidi aghi. Portavo i calzoncini corti e la maglietta, scivolando, mi aveva lasciato la schiena scoperta alla mercé di quell’orrore. L’orrida bestiaccia percorse il mio corpo come un agrimensore che prende possesso di una terra nuova. Salì poi sul mio braccio destro e non potei più resistere, cercai di scrollarmelo di dosso con un urlo. Mi morse. Svenni nel calore torrido del pomeriggio. Mi risvegliai con Xuni che, con la sapienza ancestrale dei figli della strada, mi scorticava la pelle con un legnetto, succhiando via il veleno e sputando per terra. Finii in ospedale con una febbre che pareva volermi sciogliere le ossa. Ne uscii guarito nel corpo, ma con l’anima ferita da un’aracnofobia esagerata, una follia che mi faceva perdere il controllo davanti al più misero ragnetto di polvere. Passarono gli anni, i ricordi si sfilacciarono e stratificarono, finché a Roma non conobbi Fabian, uno steward delle linee aeree andine, un vero indio dal volto scolpito nella pietra antica che amava vagare per la città eterna di notte, parlando con le ombre. Fu lui a capire il mio terrore muto, quel buco nero che nel tempo avevo rimosso, ma non cancellato. In un novembre romano, mi portò un dono: un funghetto minuscolo, «la carne di Dio». Mi spiegò che gli indios lo mangiavano per ricongiungersi agli antenati e, soprattutto, per uccidere la paura, i ricordi sepolti di brutte esperienze. Mi fidai. Quella notte il tempo smise di essere una linea e divenne un cerchio di fuoco. Rivissi ventidue anni in una moviola allucinata: dalla pressione rossa e bruciante della mia nascita alle voci tonanti dei miei genitori. E poi lui, il ragno di Rua Silvia, che tornava al rallentatore. Aprii tutti i cassetti della memoria, riordinai il dolore, pulii la polvere dai traumi. Due settimane dopo, ero un uomo nuovo. L’aracnofobia? Esorcizzata, svanita nel soffio della «carne di Dio».
Certo, i ragni mi fanno ancora un po’ schifo, non nego la natura. Perché, a voi piacciono? Io continuo a preferire il profumo dei gamberi che sfrigolano nel dendê, ma questa, come sapete di certo, è tutta un’altra storia.