Un calice, un ultimo calice.

Le due ragazze mi stavano aspettando già da ore, ma io riuscii ad arrivare solo dopo le ventitré, e loro avevano già finito da tempo di mangiare, restava nei loro calici un fondo di rosso. Non si erano annoiate, in ogni caso, il posto era accogliente, il cibo ottimo, i vini davvero super e il gestore, una procidana spigolosa, sapeva consigliarti al meglio, ed era davvero un soggetto particolare. Appena arrivato mi squadrò di uno sguardo sghembo e mi sibilò, “spiacente, ma tra poco chiudiamo”. Gli indicai il tavolo con le mie amiche e mi lasciò entrare, “ma non posso servirla” insistette implacabile. “Neppure un calice?” chiesi speranzoso, “l’ho già detto ma ripeto tra poco dobbiamo chiudere”. Discorso chiuso. Ok, restai male, anche se, in fondo, non era ancora mezzanotte e a Roma, a Trastevere, a quell’ora è presto, davvero presto. Comunque accettai di buon grado il rifiuto, ma avevo fame, un buon calice e uno stuzzichino mi avrebbero messo di umore migliore,  più rilassato. Avevo da poco inserito l’enoteca tra i buoni indirizzi dove passare una serata degna di questo nome, troppe erano state le segnalazioni che avevo ricevuto, ed ero ben contento di aver avuto questa occasione per sperimentare il locale, anche se mi ero dovuto trattenere a studio a chiudere un lavoro, una foto urgentissima. Stavamo chiacchierando allegramente quando lei porta altri due calici alle ragazze, con un sorriso di scherno rivolto a me, “loro due devono chiudere la cena, potevi anche arrivare prima” disse sempre rifiutandomi il calice che non avevo più chiesto. Saltai su tutte le furie, mi imbestialii davvero, presi l’agenda dei posti frequentabili e cancellai rabbiosamente con due tratti di penna il nome dell’enoteca. Malafemmena, così si chiamava il posto e mai nome fu più azzeccato. Ma stavo sbagliando, la provocazione, di questo si trattava, era solo un test di ammissione. Rosalba non accettava tutti gli avventori, era abituata a selezionare i vini e altrettanto faceva con le persone. Voleva una cerchia di frequentatori “amici”, non per forza omogenei, ma compatibili, sì, compatibili, gente con cui discutere, argomentare e non solo di vino o cibo. Selezione è la parola giusta, forse in un’altra vita era stata una tagliatrice di teste, chissà. Più che una semplice enoteca, il locale era un club, ecco, un club dove potevi andare proprio ogni sera e non annoiarti mai, potevi parlare, bere, mangiare e discutere, anche animatamente, come se fossi  parte di una famiglia allargata. Certo, al centro c’era lei, la mammona, la maitresse, il deux ex machina, un fisico minuto con un carattere da rottweiler, in apparenza, ma in realtà un riccio, sì, un riccio, pieno di spine intorno e dentro morbida morbida. E morbidamente trattava gli abituees, i frequentatori più o meno fedeli, tutti rigorosamente primus inter pares, e in quanto tali, privilegiati. Il club, un’enoteca, con regole rigide, in cui chiedere una Coca Cola poteva voler dire essere immediatamente cacciati, ma, stranamente, nel club aveva trovato rifugio anche Dario, un frequentatore addirittura astemio, che poteva godere di uno status specialissimo e contare, di tanto in tanto, di un calice, ma di Coca Cola, servito sempre con un sorriso canzonatorio, ma gentile. Proprio come in una famiglia. Guai ad arrivare con richieste alla moda, a suggerire etichette o altro. “C’è nella carta dei vini? Noo? E se non c’è una ragione ci sarà, non credi?” un’affermazione, la sua, che non ammetteva repliche. Ma poi aveva davvero ragione lei, la carta era assai curata, una selezione ragionata, così come la clientela. Quella prima sera, non so come, avevo superato il test e lei, ben oltre la mezzanotte, arrivò con un calice di rosso, esattamente quello che le avrei chiesto. Non ho mai capito come facesse, ma sapeva sempre i desideri dei suoi avventori. O forse era solo paura di contrariarla?

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