Professoroni

Era il 1969, mamma aveva quarantasei anni quando papà morì. Otto anni era durata la sua malattia, otto lunghi terribili anni. Iniziò con una sensazione di avere una piccola “cosa” dura e mobile sotto pelle, sotto i fasci muscolari all’altezza dell’ombellico. Ricordo quando papà lo disse a mamma, a bassa voce, bisbigliando appena, per non farmi sentire, mamma appoggiò la sua mano sulla zona indicata da papà “dovresti farti vedere” bisbigliò anche lei, piuttosto preoccupata. Io però, messo in sospetto dal bisbigliare divenni più attento, e sentii. Non ne parlarono più, almeno non davanti a me e ovviamente papà pensò bene di non indagare oltre. Mio fratello aveva più o meno un anno quando decisero di cambiare casa, andare in un quartiere più verde, più salubre per il bimbo. Trovammo casa a via San Zeno, una delle strade intorno a via Cortina d’Ampezzo, poche palazzine intorno e subito dopo boschi, querce e castagneti a perdita d’occhio. Era bello stare lì, molto. Per me fu spettacolare, mi ricordava l’infanzia, le foreste del Brasile, anche se con diversi colori e, soprattutto, odori e suoni. Qui al massimo si sentivano fischiare i merli e di notte gli usignoli, laggiù, a Sao Paulo, il bosco era tutto un urlare delle scimmie, un gracidio di non so quali rane e una miriade confusa e sovrapposta di richiami di uccelli. E i colori, i colori, le mille sfumature del verde, il rosso delle stelle di natale, alte oltre quattro metri, il giallo delle sterlizie e l’arcobaleno di tutto il resto. Sì, il Brasile era diverso. Più bello, ma anche tanto più pericoloso. E in Brasile, probabilmente, era l’origine della “cosa” che aveva papà nella pancia. Ricordavo vagamente che a scuola, sei anni di elementari, ci istruivano anche sui pericoli della natura, sui veleni tremendi di insetti, piante e rettili e anche sui vari parassiti che potevano colonizzare un essere umano. Ecco, all’epoca pensavo che potesse essere questa l’origine della “cosa”, avevo un vago ricordo di qualcosa di simile. Pensate che gli adulti mi avessero ascoltato? Macchè, neppure all’Istituto Malattie Tropicali. Chi sta a sentire un tredicenne? Non certo un adulto presuntuoso e laureato. E fu così che la pancia di papà cominciò a crescere e lui, che era stato uno sportivo, un giocatore di pallacanestro della serie A, iniziò a deperire, sempre più e sempre peggio. Finalmente si decise a farsi ricoverare. Ricordo l’ospedale vicino l’Università, ricordo i medici, e ricordo quel senso di attesa la notte che passai a casa delle zie, che mi prese e non mi fece dormire. Immaginavo già papà senza la pancetta rotonda, liberato da quell’incubo, invece il giorno dopo mamma rientrò a prenderci, era seria, con una specie di doloroso sorriso meccanico, messo lì per tranquillizzarmi. “Papà tornerà a casa tra qualche giorno” disse asciutta. Capii subito che non era andata come avevo sperato, come speravamo tutti. Passarono altri anni, papà era preoccupato più per noi, per come ci avrebbe lasciato, che per sé stesso e si diede da fare, tanto, molto più di prima, di quando era una persona sana, iniziò frenetico a mettere in piedi diverse attività commerciali, una trattoria sull’Appia, un parrucchiere a via Frattina, un altro a Grotta Rossa, a Ostia. Attività che lanciava, metteva sul mercato e cedeva recuperando l’investimento iniziale e il giusto mark up per il suo lavoro. Io l’accompagnavo, a volte, a Firenze e in altri paesi in Toscana e Umbria dove aveva degli artigiani che producevano per lui oggetti d’arredamento, lampadari e altro, basandosi sui suoi disegni. A Roma aveva nel tempo costruito una rete di collaboratori affidabili, falegnami, operai, idraulici e pittori che pensavano a costruire gli arredamenti e di artisti che gli producevano il resto, le cose più appariscenti e di valore. Ero spesso con lui in questi giri, nel caso si fosse sentito male, e assorbivo, per quanto possibile, la sua sapienza, il suo talento, i suoi modi. Per il resto mi ero anestetizzato, sapevo che stavamo vivendo un “tempo supplementare” concesso in nome di non si sa cosa, che in un qualsiasi momento tutto poteva improvvisamente finire. Non fu così, la malattia fu molto più crudele, “la cosa” crebbe oltre l’immaginabile, piano piano, implacabile, fino a causargli piccole emorragie, problemi motori e di deambulazione. Furono mesi, anni terribili. Pur cercando di restare freddo, di non provare nulla, di non pensarci ero sempre più certo che il male di papà fosse uno di quelli di cui mi avevano accennato a scuola, in Brasile. Ma ormai era tardi, troppo tardi e non c’era davvero più nulla da fare, ne ero convinto e mi sentivo responsabile, colpevole di non essere stato convincente con i professoroni che lo avevano visitato anni prima. Poi una notte si sentì peggio, si fece portare in ospedale con un taxi, mi salutò in un certo modo. Sapevo che non l’avrei più rivisto vivo. Restai a casa, sprofondai in un sonno, in una profonda narcosi, non sognai nulla, proprio nulla. La mattina mi svegliò il fratello di mamma, lo zio Ugo che non vedevo da anni. Papà era morto. Per farmi alzare dal letto mi prese a pugni. Ancora piango, e non per i pugni.

Addendum.

Oggi, 6 giugno 2020, esattamente la data del suo compleanno, smistando le migliaia di carte, lettere, appunti conservati gelosamente da mamma, mi è capitato sotto gli occhi questa lettera ingiallita dal tempo, una lettera del 20 giugno 1967 spedita da un medico di New York in risposta ad una precedente missiva evidentemente inviata da mamma o da papà a questo specialista. Purtroppo papà non era più trasportabile, non c’era più nulla da fare. Nulla. Immagino come possa essersi sentita mamma ricordando, tra l’altro, le innumerevoli volte che sono stato azzittito dai “professoroni” nostrani. Ascoltateli i vostri figli, sempre, anche quando credete che non siano argomenti alla loro portata.

4 pensieri riguardo “Professoroni

  1. …ciao Enrico,sono Mauro Ferracci ti ricordi? ti leggo sempre con molta attenzione,sono dei spaccati di vita esposti molto bene.ti mando un’abbraccio grande e continua, che ti voglio leggere.

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