Anais

Corfù, Kerkira per i greci, già Corcyra per i romani, Korfuze, come la chiamano in Albania, è un isola greca di fronte alle coste dell’Epiro, nel mar Ionio, per noi solo il miglior posto da cui partire con la barca per veleggiare spensierati tra coste e isole. E così fu quell’anno 1996, venticinque anni fa, eravamo in sei, una crociera tutt’altro che spensierata che cercavamo di rendere tale nonostante tutto. Per me e Emanuela era l’ultima vacanza insieme, ci stavamo lasciando, ma da persone civili che comunque si vogliono bene, Marco e Alessandra erano, così mi sembrava, in un momento di crisi, solo Roberto e Luciana, ignari di tutto quanto ci riguardasse, erano sereni, una coppia rodata e inossidabile, due musicisti sempre allegri, ciarlieri. E anche due ottime forchette, quindi per me la migliore compagnia possibile. In sei sull’Anais, un Gib Sea, un po’ anzianotto sui 34 piedi, ben tenuto, nonostante i diversi annetti sulle spalle. Sì, proprio una barca vecchiotta, ma dove potevamo stare tutti davvero comodi, rilassati e senza le velleità e le complicazioni di un 50 piedi. Una barca a misura d’uomo, dotata di tutto. Lenta? Sì, lenta, uno scoglio, come direbbe qualcuno ma chi ci correva dietro? In vacanza, eravamo in vacanza e “no stress” era la parola d’ordine che ci eravamo imposti, la sola regola. L’Anais era proprio la barca per noi, rassicurante, solida e affidabile, come avremmo scoperto una notte che eravamo alla fonda, in una caletta aperta dalle parti di Varkos e lì fummo sorpresi da un temporale che si annunciò con una tempesta di fulmini, a cerchio e in quota. “Blasi, svegliati, vieni a vedere che strano fenomeno” così mi svegliò Marco che era rimasto a pescare in coperta, vidi, e salpammo immediatamente, quella fonda non era affatto sicura e il porto più vicino era a otto miglia. Avevamo appena dato ancora al centro del porto di Paleros, che una sventagliata terrificante di pioggia e vento fece abbattere l’albero, pur a secco di vele, le crocette in acqua, mentre una flottiglia di barche con bandiera UK finiva sul molo tra le urla dei rispettivi skipper. Durò un paio di ore la tempesta, e alle prime luci del giorno la scena era apocalittica, gli alberi spogliati dalle foglie, case scoperchiate, gatti che banchettavano con uccellini moribondi travolti dalle intemperie, barche affondate in porto. La vacanza era iniziata, invece, all’insegna del relax, in una stupenda isoletta, parecchio tranquilla, a sud di Corfù, Paxos, dove tra bagni, pescate, tzaziki e giros ci adeguavamo allo spirito ellenico dello stare bene, nel mood giusto della vacanza:  colazioni a yogurt di pecora e miele, rizogalo spruzzato di cannella, e per chiudere in bellezza ogni giornata al tramontare del sole, bicchieri di Retsina e gin tonic, con adeguato contorno di pistacchi, bake rolls, patatine e olive Kalamata. Un incanto, ma con quel che di malinconico che serpeggiava tra noi, esaltato dallo stereo di bordo che continuamente suonava pezzi di Zucchero, quelli tristi però, solo quelli tristi. La compilation di Alessandra, un cuore evidentemente sensibile e straziato. E pure a dieta, un sacco di preclusioni alimentari che avrebbero potuto mettere a dura prova la mia nota scarsa sopportazione per astemi e inappetenti. Eppure, nonostante ciò, e nonostante il fatto che in barca il litigio è sempre a portata di mano, non ci furono tensioni, se si esclude l’unico momento in cui sarebbe dovuto scattare. E fu per un rizogalo, un budino di riso, un banale budino di riso. Ero già stato in crociera tra quelle isole e mi ricordavo che a Lefkas, davanti a una Chiesa ortodossa, un negozietto produceva e vendeva eccezionali yogurt e rizogalo fatti in casa, credo proprio dal Pope. Ero tormentato dal ricordo di quel rizogalo, lo desideravo più di ogni altra cosa e così, quando arrivammo a Lefkas chiesi a Emanuela di andarli a comprare, “Prendine cinque, solo cinque. Alessandra è a dieta, non ne vuole”. Ma il diavolo ci mise la coda, il motore aveva dato segni di insofferenza, delle piccole innocue rogne, come capita ai motori marini, e io e Orestis, il proprietario dell’Anais, ci mettemmo ad armeggiare sul motore smontando tutto quanto avesse potuto creare quel problema. Quando gli altri rientrarono con i rizogali eravamo ridotti uno schifo, le braccia unte di grasso fino ai gomiti, stanchi e sudati all’inverosimile. Rifiutai il mio budino, “lo mangerò a colazione, mettetelo in frigo” dissi convinto. Mi lavai accuratamente e, consigliato da Orestis, presi la storica decisione di andare a cena in un localino decentrato, lontano, fuori dall’assalto dei turisti del porticciolo, una taverna che serviva soprattutto cibi locali più legati al mondo arcaico della pastorizia che al mare, e per questo frequentato solo da greci. Un posticino carino, un giardino bruciato dal sole, tavoli grezzi di legno e una semplice incannucciata per ripararsi. I tavoli, in verità pochi, erano tutti occupati ma come rinunciare a sei villeggianti? E così ci allestirono subito un altro tavolo, e iniziarono le trattative su cosa mangiare. Parlava solo greco il nostro oste, e quindi indicavamo semplicemente i piatti che stavano mangiando negli altri tavoli, i soliti piatti, souvlaki, choriatiki, tzatziki… quando vidi un tale avventarsi su una zuppa, con una tale avidità che mi incuriosiì, e la volli anch’io, anche se ero ormai sazio. “Cos’è quello che sta mangiando il signore?” chiesi all’oste indicandolo e lui miracolosamente capì “Πάτσα” mi rispose, e io evidentemente non capii, “Ναί” che voleva dire sì, gli risposi subito. E così, poco dopo, annunciata da un aroma fortissimo arrivò la “Πάτσα”, cioè la patsa, una zuppa di trippa e frattaglie, un mix di stomaco bovino, ovino e suino, accompagnata da spicchi di limone e un piattino di peperoncino. Appena il piatto fu appoggiato sul tavolo i miei commensali si alzarono all’unisono “Ci vediamo dopo, in barca” e con una smorfia di disgusto sul viso si allontanarono rapidi. L’odore, anzi la puzza, era davvero insopportabile. Aggiunsi il succo del limone, il peperoncino e l’affrontai. Non riuscii a mangiarne che tre o quattro cucchiaiate, l’odore, non il sapore, era una barriera davvero insormontabile e il gusto neppure lo capii. Il mattino dopo ci alzammo prestissimo, per sfuggire le ore calde e fare tutto il canale, lungo solo due miglia, con le prime ore del mattino. Ma tra preparare l’equipaggio, verificare la cambusa, salpare, e percorrere il canale arrivammo in un mare pulito che il sole era già alto, e il caldo asfissiante. Accostammo verso la riva sinistra, dopo Nisis Volios, nella prima caletta a disposizione, dove finalmente avrei fatto colazione e con il miglior rizogalo conosciuto. Non vedevo l’ora, aprii il frigo, ma del rizogalo neppure l’ombra. Se l’era mangiato Marco, appena alzato, convinto che fosse di Alessandra, ma lei naturalmente non lo voleva, era a dieta e lui, dimenticando che in realtà non c’era un budino per Alessandra e rimuovendo dalla memoria che la sera io non l’avevo mangiato, senza più chiedere nulla a nessuno se lo finì tutto. L’avrei ammazzato. Preferii buttarmi in acqua e sfogare la rabbia con una bella, fresca nuotata ristoratrice.

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