Un’estate

Non era ancora la fine degli anni ’60, la liberazione sessuale era lontana e il femminismo non era ancora un fenomeno di massa, ma era già evidente che l’era dei maschi machi e delle donne remissive aveva ormai i giorni contati. Detestavamo sentire da quelli che avevano appena qualche anno più di noi continue squallide vanterie sulle conquiste del momento. Conquiste, peraltro, tutte da verificare secondo me. La dovizia di particolari che infiocchettavano i racconti volevano essere piccanti, ma in realtà erano solo trucide, volgari. E non solo per le mie orecchie. Ma se andavi al Vigna Stelluti non c’era modo di evitarli, stavano sempre li, a non far niente, a parlottare tra loro e a pettegolare su vedove consolabilissime. Una mattina ero nel parcheggio davanti al Vigna Stelluti, quel parcheggio grande e affollato, e stavo parlando con Lilli, la sorella maggiore della allora mia migliore amica. Lilli era molto appariscente e, soprattutto bella. Sapeva di esserlo e da brava toscana esercitava con estrema naturalezza la lingua, in modo duro, tagliente. Devo confessare che lei mi piaceva, era assolutamente una donna libera, disinibita, una furia scatenata, andavamo in giro insieme quasi ogni notte a fare danni, a creare casini, come due bravi teppisti. Teppisti molto ben educati, ovviamente. Era lei il capo, era determinata, e anche più grande di me, forse di due o tre anni, e una notte che non dimenticherò facilmente, mi volle trasformare nel suo amante, anzi nel suo toy boy. Lei, a sua volta, era l’amante di un uomo, credo pure sposato, ma cosa poteva importarmi a diciassette anni? Nulla, anzi, meno di nulla. Non eravamo innamorati, eravamo complici, in tutto. A volte accennava a questo tizio “ se sapesse…” mi diceva, “ ti verrebbe a cercare e ti sparerebbe, è armato sai? Ha una pistola, è un uomo possessivo, mi soffoca con la sua gelosia e io mi vendico, con te… bellino che sei, non hai paura?” E scoppiava ogni volta in una risata fragorosa. Si, non poteva importarmi di meno, lui non sapeva e tanto mi bastava per dormire tranquillo con la “sua” ragazza.  Beh, tornando al nostro parcheggio, mentre parlottavamo un tale, un ragazzo sedicente fico, accostò con la sua bella spider, notando la mia avvenente amica, scese dall’auto e con fare di chi non deve chiedere mai le disse qualcosa, un complimento cretino che non posso certo ricordare. Non si curava di me, ero solo un pischello per lui, e visto che il suo goffo approccio non aveva ottenuto l’esito desiderato ritentò l’attacco. Lei non lo degnò neppure di un occhiata e, senza neppure girarsi, secca secca gli sibilò “ Puzzi di latte, sciò, torna da mamma, starà in pensiero…”. Rimase malissimo, impietrito, girò i tacchi e ripartì sgommando, tanto per darsi un contegno.  “Quanti stronzi in giro per questo quartiere”, fu il suo commento “tutti figli di papà… imbecilli”. Poi riprese “che fai allora, deciditi dunque, vieni? andiamo a prendere un gelato da Vivoli?”. Vivoli era la migliore gelateria dell’epoca, ed era a Firenze. Ma non c’era nessun problema, lei era automunita, una Mini Cooper, e io avevo un fornitore di benzina particolare, una Jaguar con due serbatoi sempre pieni parcheggiata nel garage accanto a casa, andare a Firenze a prendere un gelato o a Napoli per un caffè era semplicissimo e davvero molto economico. Fu una bella estate, poi finì, come tutte le estati e la mia vita di piazza riprese come sempre. Loro erano sempre lì, con le solite storie, le squallide vanterie, le volgarità. Storiacce con tanto di nomi, cognomi e dovizia di dettagli anatomici. Sessuofobici, erano tutti sessuofobici e repressi quelli grandi, figli di un’altra era, dei dinosauri sulla via dell’inevitabile estinzione. Vedevano  le donne come “cose”, corpi su cui sfogare i peggiori istinti, il carico ormonale continuamente sollecitato dai racconti che si scambiavano ogni giorno ammiccando e dandosi di gomito. Per loro andare a prostitute era il modo migliore di concludere una serata, quando potevano permetterselo, sempre in un gruppo di quattro o cinque, per sentirsi più forti e magari per ottenere uno “sconto comitiva”. Quella sera di settembre il mio amico Carlo, si fece irrettire e trascinare in questa gita alla ricerca di sesso mercenario. Lui, che davvero non aveva alcuna voglia di ricorrere alle professioniste, che piaceva alle ragazze, lui che era uno sportivo romantico e sognatore, li accompagnò, ma quando toccò il suo turno non riuscì ad eccitarsi, non c’era verso, era imbarazzato e del tutto deciso a lasciar perdere, a rinunciare. Ma la donna non lo mollò, era una seria professionista, aveva una reputazione da difendere, come pure un onorario da meritare. Si impegnò al massimo cercando di tirarlo su, di eccitarlo e lui, come mi raccontò poi, cercò di immaginarsi di essere altrove, con la ragazza a cui faceva il filo e la cosa stava piano piano funzionando, quando la donna, notando l’effetto, gli disse con voce cavernosa “ dimme quando sei pronto..” Ecco, finì lì, non fu più pronto e se ne andò via, umiliato e felice.

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