
Alzi la mano chi non ha mai amato, si intende con la consueta dose di inganni e malinconia. Nessuno? Perfetto. Questo significa che la sofferenza, quella sì, l’avete sperimentata con la dovuta accuratezza. Non la solitudine, però. Quella mattina, io ed Ettore, due anime in pena e in cerca di chissà cosa, eravamo andati a trovare Giada, la nostra amica e invece, con la consueta ironia del destino, ci siamo imbattuti in Zoe. Due occhi che promettevano l’inferno e il paradiso, e un musetto capace di far perdere la testa anche al più impassibile degli impiegati al catasto. Alessandro, con l’aria di chi tutto sa e tutto capisce, la depose tra le braccia del povero Ettore, sentenziando con la gravità di un oracolo pagano: “Insieme sarete felici. Lo so, ne sono sicuro, lo sento, siete fatti l’uno per l’altra.” Io rimasi lì, immobile, come una di quelle statue del Pincio, testimone muto di un’ennesima, involontaria commedia. Cesira, la nostra adorabile Cesira, ci aveva lasciati già da un anno, dissolta in un cancro alle ossa, una di quelle brutte storie che si leggono sui giornali e ti lasciano un senso di vuoto, di assurdo. Avevamo tutti sofferto, con la discrezione che si addice ai veri dolori, e l’idea di ricominciare una nuova relazione, fosse anche con un soprammobile, era la cosa più lontana dalle nostre aspettative, dai nostri desideri. Ettore, con un gesto che aveva più del rigetto che della distrazione, aprì le braccia e la lasciò andare. Zoe si offese, forse si fece pure male, chissà, e con quella sua eleganza un po’ patetica rientrò nel giardino, dove la sua numerosa famiglia si affrettò a consolarla con un’ostentazione di affetto quasi insopportabile. Il giorno dopo, però, la faccenda prese una piega diversa, come spesso accade con le cose che sembrano finite. Ettore, appena alzato, mi guardò con quello sguardo suo, tra il malinconico e il rassegnato, le orecchie basse come un cane bastonato dal destino. “Papà,” mi disse, e nella sua voce c’era quella venatura di ingenua speranza che rende la vita sopportabile, “era davvero carina Zoe, e se avesse ragione Alessandro, e se davvero siamo fatti l’uno per l’altra?” Non aggiunse altro. Non serviva. La colazione fu sbrigata in fretta, un rito per lavare via i residui del sonno e via. In breve eravamo già pronti per tornare da lei, ma Alessandro, o forse Paola, sua moglie, una di quelle donne che nascondono una mente acuta dietro un’apparenza inoffensiva, nel frattempo avevano cambiato idea. Non si fidavano più. Il nostro atteggiamento del giorno prima li aveva insospettiti. In fondo, una figlia, anche se pelosa e con la tendenza a rotolarsi nel fango, è sempre una figlia. E il modo brusco in cui Ettore l’aveva lasciata li aveva resi critici, sospettosi. Ci volle del buono e del bello, come si diceva una volta, giorni di telefonate estenuanti, insistenze che sfioravano il ridicolo, preghiere che rasentavano la disperazione. Sembrava di trattare per la restituzione di un ostaggio, non per un cucciolo. E poi, finalmente, la buona notizia, pronunciata con la rassegnata solennità di chi cede all’evidenza: “Zoe è qui, vi aspetta, arrivate?” L’intercessione di Giada, forse, o semplicemente la stanchezza di resisterci, li aveva convinti. E così Zoe poté entrare, con tutti gli onori e a pieno diritto, nella nostra famiglia. E devo riconoscere, con la proverbiale saggezza del poi, che Alessandro ci aveva visto lungo. Ettore e Zoe erano davvero fatti l’uno per l’altra, una di quelle coppie affiatate che si incontrano di rado, e che ti fanno dubitare della precarietà di ogni legame. Sempre pronti a giocare, a divertirsi, a rincorrersi, ad avventurarsi per i boschi della Sabina come due allegri anarchici. Non c’è più stato giorno in cui non siamo stati tutti insieme, persino in viaggio, persino in vacanza, al mare come in montagna. Non ci siamo più lasciati, sempre, sempre insieme e, incredibilmente, senza quei nervosismi che sono la cifra delle relazioni umane. Mai un problema, mai un litigio, mai un’incomprensione. E dire che l’inizio non fu certo dei migliori. Distrusse un divano, così, tanto per fare qualcosa, per noia probabilmente, per poi dedicarsi ai vasi, estirpando tutto, ma proprio tutto, con una cura e un metodo che avrebbe meritato miglior causa. E poi arrivò quel brutto giorno in cui trovò – non si sa bene dove – della carne marcia, forse la carogna putrida di qualche bestia, e ci si rotolò sopra con gusto, con avidità, con quella gioia un po’ animalesca che è tanto più sincera quanto più incomprensibile. Tornò, allegra e contenta, che puzzava a dodici metri di distanza, con quella persistenza che solo certe cose hanno. Sì, sembra che i cani, certi cani, lo facciano. Ah, già, non ve l’avevo detto… sì, Zoe è un cane, ma che dico cane! È un Lagotto, anzi la nostra Lagottina sempre felice, che abbaia solo quando è davvero indispensabile, che la mattina fa naso naso con la nostra gatta quando questa rientra in casa dopo una notte di scorribande. Zoe che ama passare il tempo fissando per ore un raggio di luce in attesa del casuale passaggio dell’ombra di un insetto, di un uccello o di una farfalla, per poi scattare cercando di prenderla. Non ci credete? Glielo dirò, chissà che per voi non faccia un’eccezione e vi morda.