
Rossana e Rodolfo Buggiani, lui architetto dal gusto inprevedibile e lei art director dall’entusiasmo contagioso, mi erano diventati una consuetudine verbale ancor prima di figurarsi di persona. Li citava, il buon Paolo Vasta, con una frequenza che rasentava l’ossessione, due o tre volte al giorno, quasi fossero il metro aureo di ogni conversazione. Del fratello dell’architetto, tale Paolo Buggiani, invece, il silenzio era quasi tombale. Un nome balenato, a volte, tra un bicchiere di whisky troppo generoso e una disputa politica, quando nel relax borghese di casa Buggiani si trovava un recondito angolo anche per l’arte. Erano anni d’impegno, sì, ma tra un corteo e un comizio, si trovava sempre il tempo per un discorso ameno, una gozzoviglia raffinata, una certa qual leggerezza. Una notte, tornavo a casa, smarrito tra i pensieri e il fumo della sigaretta, quando un’apparizione mi strappò al torpore: sui muraglioni di Valle Giulia, da anfratti tra i tufi, spuntavano un paio di mostruosi rettili metallici, lucidi e inquietanti, che nei giorni a seguire, si moltiplicarono con la spudoratezza delle formiche in cucina, decine, poi centinaia, finendo per colonizzare perfino gli alberi. Draghi metallici, immobili eppure vibranti di una minaccia sottile, che ogni notte si replicavano con la costanza di un incubo ben orchestrato. Decisi, con la temerarietà del giovane dilettante, di catturarne uno. Ovviamente, il muraglione era liscio come una promessa tradita, e io non ero certo Manolo, il funambolo della roccia, né tantomeno il principe di un circo equestre. Fallii miseramente, facendomi anche male. Ritentai giorni dopo, armato di buone intenzioni e, purtroppo, anche di uno zaino che si rivelò più ingombrante che utile, ma quando ero quasi a portata di mano di uno di quei lucidi anfibi una volante dei Vigili Urbani, con la precisione di una lama, mi intercettò. E furono intimidazioni, ordini secchi e perentori di scendere, e infine, una volta a terra, multato! Come un qualunque vandalo. Quella sera, a cena dal mio amico Vasta, con una rabbia che mi mandava il fegato in fiamme, vomitai l’intera faccenda a Rossana. “Ma sono opere di Paolo,” mi disse lei, con la naturalezza di chi annuncia il cambio del tempo. “Come, opere? Un’installazione? Ma come diavolo è riuscito ad arrivare fin lassù?” “Si vede che non lo conosci,” rispose Rossana con un sorriso enigmatico. “Paolo è capace di tutto. Di arrampicarsi sull’impalcatura di un palazzo, conquistare seduta stante una signora sconosciuta intenta a cucinare, passarci un quarto d’ora di intensa passione e eclissarsi come l’uomo ragno. Oppure di issarsi per una corda tra i grattacieli di New York, sputando fiamme come un drago da luna park. O ancora, di inseguire pattinando, avvolto in fiamme vere, una ragazza, anche lei sui pattini, sfrecciando tra il traffico caotico di New York…” “Ma va in giro fiammeggiante e la polizia, non lo arresta?” la interruppi, con il sentore di una sceneggiatura surreale. “La polizia? Ma certo che è capitato. Lo hanno fermato, stavano per arrestarlo. Ma lui, in ginocchio come il peggior guitto, li ha travolti con un fiume di parole, riuscendo a impietosirli, a farseli amici, ottenendone il perdono. Paolo è un mito, te ne accorgerai conoscendolo.” Già. Come avevo potuto ignorarlo? Buggiani era già noto, dedito a creare e inseguire mitologie con la stessa abnegazione di un monaco certosino. Avrei dovuto capirlo, che quei rettili metallici non potevano essere opera di un comune mortale, ma di un genio, o forse di un pazzo illuminato. Dalle descrizioni di quella coppia che pareva uscita da una commedia all’italiana, Buggiani suonava come un incosciente. E invece, si trattava di un vero artista, del tutto indifferente a quel pantano che era il “mercato dell’arte”, e già destinato a diventare oggetto e soggetto di mille racconti, di un’agiografia laica. Settimane dopo, finalmente, con la complicità di un paio di conoscenti che sembravano usciti da un romanzo, riuscii a incontrarlo. E l’amicizia, si sa, con certi individui, parte immediatamente, come un virus mortale. Paolo si rivelò energia pura allo stato brado, un uomo capace di fare e pensare mille cose nello stesso istante, di essere a Roma, anzi a Isola Farnese, e misteriosamente ovunque nello stesso lasso di tempo: a Milano, a New York, persino a incendiare ponti in Danimarca. Era ovunque, e in ogni dove, tracciava un segno preciso, un’impronta del suo passaggio, una firma inequivocabile nel caos. Un artista eclettico e curioso, capace di concepire quei rettili meccanici affioranti dalle pareti di Valle Giulia che tanto mi avevano sconvolto, ma anche di vedere e riconoscere, dove altri, ottusi e indifferenti, passavano oltre, forme d’arte spontanee. Come quelle che in quegli anni apparivano sui muri della metropolitana di New York: disegni degni di attenzione, opera di un artista sconosciuto che si limitava a riempire gli spazi liberi di certi fogli, neri come la pece, incollati sopra le pubblicità scadute. Strati e strati di arte, che Paolo, armato di raschietto e di una visione ben più acuta, riuscì a recuperare, bruciando sul tempo spazzini e affissionisti che li avrebbero strappati e gettati come l’immondizia che nessuno vuole. Sì, Buggiani aveva scoperto Keith Haring, e lo aveva fatto prima di chiunque altro, con la lungimiranza di un profeta. Un vulcano perennemente attivo, un fiume in piena di parole, idee, concetti e azioni, con in più una dialettica avvolgente, coinvolgente, quasi seducente. Difficile stargli dietro, impossibile non farsi sommergere e conquistare. Riusciva a parlare con competenza e arguzia persino di fotografia, sostenendo l’assoluta indipendenza del dito indice che, a suo dire, avrebbe premuto automaticamente il pulsante di scatto al momento opportuno, non un attimo prima e non un attimo dopo. Una teoria che, con un certo imbarazzo, avevo già udito da un famoso fotografo di moda di quegli anni, un santone del clic. Sì, è vero, è il dito che scatta la foto, e lo fa giusto un attimo prima che tu ne abbia preso coscienza, e quando tu decidi di scattare, lui lo ha già fatto. Sempre al momento esatto. L’ho verificato personalmente, con una certa inquietudine. In quegli anni, iperattivo come una trottola impazzita, era alle prese con la sperimentazione di nuovi linguaggi, non solo visivi, fondendoli e sovrapponendoli, per poi ricavarne una sintesi che sfuggiva a ogni classificazione. L’esplorazione del corpo in relazione allo spazio, un progetto chiamato Captured Space, azioni realizzate all’interno di un’esile struttura cubica inserita nel paesaggio, documentate dalla macchina fotografica che ne catturava l’immagine, non senza un ulteriore intervento, quasi una benedizione, dell’artista stesso. Intuii subito che la tecnica che usava, con qualche variazione e piccoli adattamenti, mi sarebbe stata di grande utilità nel mio lavoro di fotografo, per ottenere ritratti e paesaggi particolarmente onirici e personali, come visioni fugaci di un sogno. Mai stare chiusi nel proprio bozzolo, pensai, uscendo si impara sempre qualcosa.








