‘na tazzulella ‘e café

Anni ‘60, verso la fine, una volkswagen maggiolino interamente trasformata nella bandiera inglese, quattro amici con pochi soldi in tasca e una gran voglia di godersi la vita. Inizia così, con uno sfizio “andiamoci a prendere un caffè, ma lo voglio buono, davvero buono”. “Andiamo a Sant’Eustachio? Il caffè è ottimo, sono bravi” rispondo immediatamente.“Scusa, ma l’hai mai provato senza la cremina che ci aggiungono di nascosto dietro il vetro? Eh, l’hai mai provato?” Onestamente non potevo certo dirlo, anzi, del Sant’Eustachio avevo solo sentito dire, e chi c’era mai stato…il caffè non era una priorità per me, poco mi piaceva, non capivo neppure il rito del caffè dopo pranzo, cui erano adepti tutti i miei amici di piazza. Stavo rimuginando una qualche risposta decente quando lui, Gianni, detto Piove, rilancia “Se vi fidate conosco un baretto a Napoli, un baretto anonimo, senza pretese, ma che fa un caffè, ma un caffè…”. E Alberto, drastico come sempre “ A Napoli? Ma sei matto, arriveresti fino a Napoli per un caffè? E chi te li da i soldi per la benza, e poi… “ Ma non ha il tempo di finire la frase che “Piove” rilancia “ La Jaguar, la Jaguar nera che sta nel garage del suo palazzo…ha due serbatoi da 80 litri, la succhiamo da li, due taniche e andiamo, neppure se ne accorgerà…” Sapevo di chi era la Jaguar nera, ma Luciano non fece una piega, anzi… ”E’ di mio zio, si può fare, è vero non se ne accorgerà nemmeno, basta stare attenti e non farci beccare durante il succhio”. Non aveva neppure i tappi con la serratura, era facile, davvero facile. Due taniche, una per serbatoio, 40 litrozzi di benza, più di quanto realmente ci servisse. Bastarono per andare e tornare da Napoli, 230 chilometri di Appia, più o meno due ore e mezza, forse tre, di macchina e di risate. il caffè poi era davvero buono, ma ancora meglio, le settimane successive, la sfogliatella da Scaturchio, le pizze alla Sanità, ‘o pere e ‘o muss nei vicoli adiacenti i mercati. Avevamo dato inizio a una tradizione: i fine settimana in giro per sfizi! E presto arrivarono altre mete, altre rotte: il gelato da Vivoli, a Firenze, la cioccolata calda a Perugia, (Sandri dal 1860 recitava l’insegna), la cecina in maremma, la torta al testo, il lampredotto, le mozzarelle e gli strepitosi arrosticini. Umbria, Campania, Abruzzo, Toscana e Lazio, durò mesi, la nostra sfiziosissima campagna d’inverno, poi poco prima dell’estate ci beccarono, anzi neppure, semplicemente lo zio capì e mise le serrature sui tappi della benzina. Fine del succhio e delle gite, niente più caffè a Napoli, fummo costretti a smettere. Ma ormai la ricerca del buono mi era entrata nel sangue, cercare sempre le migliori cose da mangiare e bere prese a dare un ritmo, un nuovo irrefrenabile impulso, alle mie giornate, registravo tutto sulla mia agenda, ogni giorno, con nuove voci e recensioni, e questa, decenni dopo, era diventata enorme, professionale quasi come quella di Gault e Millau. E ancora adesso quasi ogni giorno qualcuno mi chiama “ sto andando a… hai qualcosa di eccezionale da segnalarmi, una trattoria, un vino…? “ Ho sempre avuto una risposta, per qualunque budget, per ogni orientamento alimentare. Si, in questo campo c’è sempre qualche cosa di nuovo o di meglio da provare e gustare e la mia predisposizione accompagnata alla mia professione mi ha portato ogni volta più lontano, e sempre dentro laboratori, ristoranti, allevamenti, caseifici, salumifici. Eccellenze dei territori, vere e proprie scuole dove ho imparato tecniche, rubato segreti e assaggiato di tutto. E il caffè? Era rimasto lì, a quegli anni ‘60, si, ogni tanto una tazzulella a Napoli, o sulla costiera…ma quando capitava, quando ero già lì per altri motivi. Non mi ha mai motivato il viaggio, non  ho mai fatto chilometri apposta per il caffè come invece ancora mi capita quando mi cresce l’urgenza di sbafarmi un misto di frutti di mare, un bicchiere di Ansonico, un prosciutto di Pietraroja. Poi, piano piano il desiderio quotidiano di un buon caffè ha iniziato a farsi più pressante, non mi è bastato più il caffè del bar sotto casa, che detto tra noi, spesso è una ciofeca, un insulto alle papille gustative. Si, adesso voglio e pretendo un vero, ottimo, delizioso caffè, on demand però. Devo averlo subito, appena alzato e subito dopo i pasti, senza fare un metro fuori di casa. Viziato? Certo, lo so, sono viziatissimo, e quindi provvedo e trovo presto rifugio in una nespresso. Ma l’idea, anzi, la consapevolezza che tramite le cialde sto contribuendo al global warming, non mi lascia tranquillo e così, con i sensi di colpa al massimo sopportabile, mi decido a rimettere in funzione la solita moka. Ma il caffè, nonostante le ottime e costose miscele, l’acqua più ricercata, resta deludente, quasi una medicina da buttare giù turandosi il naso. E visto che il caffè è un piacere, e se non è buono…  Ho deciso, il caffè lo prendo fuori, ma solo dove lo sanno fare. E senza neppure arrivare a Napoli.

2 pensieri riguardo “‘na tazzulella ‘e café

    1. Mi fa piacere, così almeno non inquineremo ulteriormente l’ambiente, però nel frattempo sono passato felicemente alla Kamira… e il caffè, adesso, è davvero buono.

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