Alfa e omega di un amicizia

Diceva Seneca, mica uno qualunque, che la fortuna non esiste, esiste invece il particolare momento in cui il talento e l’opportunità si incontrano.
Questa storia ebbe inizio attorno a un tavolo di una delle più rinomate agenzie pubblicitarie di Roma. Fui invitato a quella riunione perché ero considerato un esperto di piani media. In realtà, non ero affatto uno specialista in quel campo; ero semplicemente un fotografo pubblicitario con una certa esperienza. Tuttavia, le difficoltà che avevo incontrato da giovanissimo, a soli dodici anni, nell’integrarmi con i miei coetanei, mi avevano spinto a cercare risposte ai miei problemi relazionali nei libri. In particolare, mi ero immerso in volumi di psicologia, di linguaggio e di comunicazione, intesa come comprensione e dialogo tra le persone. In quei lunghi pomeriggi trascorsi nel silenzio ovattato della biblioteca dell’Ambasciata del Brasile, avevo trovato nella lingua che conoscevo meglio, il portoghese, tutte le risposte alle mie domande di allora e a quelle che mi sarei posto in seguito.

Già a vent’anni, nel mondo del cinema in cui avevo iniziato a lavorare, ero considerato una persona abile nel risolvere problemi. La verità è che sono sempre stato affascinato dalle difficoltà, dalle imprese che sembrano impossibili e ineluttabili, sfide a cui non sono mai riuscito a sottrarmi. Un gioco, certo, non privo di insidie e pericoli, ma in cui trovare una o più soluzioni è sempre stata per me una vitale fonte di energia. E che cos’è ipotizzare una pianificazione media se non trovare soluzioni a un problema ben preciso: far incontrare una disponibilità economica, spesso un budget limitato, con la migliore distribuzione possibile del messaggio pubblicitario, portando così al successo una campagna che altrimenti sarebbe stata perdente in partenza? Le precedenti pianificazioni che mi ero trovato a gestire, tutte caratterizzate da enormi problemi di budget, avevano ottenuto risultati sorprendenti, con merci andate esaurite nel giro di pochi giorni nei punti vendita che avevano creduto nelle promesse della pianificazione. Negozi distribuiti in modo uniforme in tutta Italia ottenevano risultati di vendita eccezionali, superiori alle mie pur ottimistiche aspettative. Il fatto era che, non essendo io uno “specialista” del settore, tutte le mie decisioni si basavano sull’intuito e non sulla mera “professione” (lo confesso, sono un uomo di percezioni, decisamente umorale e assai poco razionale). Insomma, non ero la figura professionale super specializzata che il mercato richiedeva allora, e proprio per questo mi sentivo libero, ed ero effettivamente libero, di uscire dagli schemi consueti. Abbandonare i numeri, i formati standard, era per me un processo naturale. Forse, più semplicemente, mi rifiutavo di percorrere strade sicure e collaudate, e nascondermi dietro ai termini tecnici, al gergo dei pubblicitari, agli inutili anglicismi, mi annoiava profondamente. Volevo semplicemente capire e, di conseguenza, farmi capire dagli altri. In quella precisa occasione, a quel tavolo, non dovevo impressionare nessuno; il mio compito era semplicemente quello di costruire una proposta concreta. In sintesi, ascoltare attentamente, intuire ciò che era necessario e tradurre il tutto in un’ipotesi di piano media da presentare nei giorni successivi. Poche chiacchiere, solo concretezza. L’interlocutore, il cliente, era un napoletano dalla parlantina inarrestabile, un affabulatore che puntava a incantare, e ci riusciva, proprio come un navigato attore di teatro. Presto la riunione si trasformò in una vera e propria sceneggiata, un pezzo di teatro improvvisato. E lui, l’istrionico, continuava a tenere banco mentre nessuno osava interrompere il suo eloquio, quel flusso inarrestabile di parole che non lasciava alcun spazio alla discussione. Sapete come vanno queste cose: il cliente è sacro, guai a frenarlo, a interromperlo. Gli avrebbero persino massaggiato e lavato i piedi, asciugandoli poi con i lunghi capelli biondi della giovane account seduta di fronte a lui. La riunione stava diventando interminabile, una vera perdita di tempo, condita da piaggerie, sorrisi forzati e battutine insulse. Con uno sforzo immane cercai di concentrarmi; avevo già preso gli appunti necessari, fissato i pensieri e raccolto le poche informazioni che mi sarebbero servite per abbozzare l’ipotesi di piano media richiesta. Volevo solo riuscire a chiudere quella riunione il prima possibile, mordendomi la lingua e frenando il mio impulso ribelle di alzarmi in piedi e andarmene. “Sei solo un mercenario, una sottospecie di prostituta…”, mi dicevo tra me e me, e in fondo era vero: ero solo un ospite pagato, come gli altri seduti intorno a quel tavolo. Poi, inattesa, arrivò un’interruzione, un varco che non mi lasciai sfuggire. Ormai tutti i discorsi erano stati fatti, tutto e il contrario di tutto era già stato detto, e l’obiettivo era chiaro, tanto a me quanto a tutti gli altri presenti. Con un brevissimo intervento riuscii a mettere un punto fermo e a concludere la riunione. I creativi dell’agenzia, che di solito detestano questo genere di interminabili tavoli, colsero al volo l’occasione e, con una sintesi breve ma efficace di tutto quanto era stato deciso, giunsero a una conclusione, e la riunione, finalmente, si chiuse. Non avevo ancora ben chiaro che con quel napoletano, così distante e diverso dal mio modo di essere, avrei intrapreso un percorso lavorativo e di amicizia che dura ancora oggi, dopo decenni. E l’omega? Rimandata, come si fa a lasciare andare una persona, un amico, che riesce a convincerti che mangiare, in un caldissimo ferragosto romano, la polenta fritta sia un’esperienza sensoriale assolutamente irrinunciabile?

Non c’è trippa per gatti, i diversi si attraggono.

2 pensieri riguardo “Alfa e omega di un amicizia

  1. Fantastico, grazie amico mio.

    Invidio (benvolmente, s’intende) la tua memoria perchè proprio non
    ricordavo di essere stato così invadente nel corso della riunione con
    AR&A. Poiché come te sono un entusiasta, ho l’abitudine di chiedere di
    essere fermato quando mi chiedono di illustrare brevemente l’iniziativa
    … ma evidentemente quella volta mi è sfuggita la premessa. Ad ogni
    modo come te anche io, con un budget ridicolo da offrire, non mi sono
    sentito per nulla sul punto di essere /massaggiato e lavato i piedi,
    asciugandoli poi con i biondi, lunghi capelli della giovane account
    seduta di fronte/ (giuro che non ricordo nemmeno la bionda, eppure
    all’epoca ero molto sensibile al tema!). Insomma, se – fortunatamente
    siamo ancora qui – lo devo, lo dobbiamo, alla polenta agostana (rito che
    ancora pratico a Ferragosto) ? E allora viva la polenta, fritta e al sugo!

    Credo che possiamo concordare su un fatto: le vie del Signore sono
    proprio infinite ….

    Abbraccio forte

    Eduardo

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