
Forse abbozzerete un sorriso amaro leggendo queste memorie, un banale quanto inutile tentativo di riscrivere i ricordi, con un pizzico di ironia e disincanto. Dicono che prima di morire, o comunque di andarsene in un mondo migliore o peggiore, dipende dai gusti e dalle occasioni, la vita ti passi tutta intera davanti. Un film, insomma, con la colonna sonora che ti eri scordato. Io, per onestà intellettuale e per scarsa propensione al melodramma, non posso assolutamente confermare. Ho avuto le mie brave chance di sfiorare il trapasso, di vederlo lì, a portata di mano, come un bus a fine corsa, al capolinea. Ebbene, nulla. Nessun flashback degno di nota, nessuna carrellata di momenti salienti. Forse la mia vita, penso, non è stata abbastanza cinematografica. Eppure, c’è un’altra circostanza, più subdola e frequente, in cui il passato mi si avventa addosso con la virulenza di un conto in sospeso. È quando un affetto, sia esso amico, amante o semplicemente una conoscenza di lunga data, si prepara a levare le ancore. Lì sì, che il cervello si mette in moto, come un proiettore difettoso. E non è la vita che ti passa davanti, ma tutta la vita dietro, un groviglio di occasioni mancate, di parole sgarbate dette senza volere, ma che hanno ferito come un bisturi usato maldestramente. E i bei momenti? Certo, ci sono, ma si perdono nel rumore di fondo del rimpianto, una melodia stonata. Negli ultimi anni, sarà la perfidia dell’età, questi momenti si sono fatti più frequenti e più lunghi, una sorta di supplizio cinese del ricordo. E io, che un tempo coltivavo la vendetta come un hobby di precisione, mi scopro ora inspiegabilmente “perdonativo”, quasi un missionario della tregua interiore. Il rimorso, un tempo fastidiosa appendice, è diventato il mio inquilino fisso, con le sue bollette da pagare ogni notte dopo una cena neppure troppo abbondante, anzi frugale. Ho fatto soffrire, sì, più di quanti incidenti mortali io abbia schivato. Ma la vita, si sa, è un solo croissant, come amava dire un tale. E tutti cerchiamo di non soffrire, anche a scapito del prossimo, che sia benedetto il buon Tolstoj e le sue massime sul lavoro e sull’amore. Io, invece, ho sempre avuto il dono, o la condanna, di appassionarmi a troppe cose, di spaziare da un settore all’altro, da una persona all’altra, come un nomade infedele, con la valigia sempre pronta. “Megalomane inconcludente”, mi definì un amico, poco amichevole. Una sua visione, certo, o forse una sua amara verità. Calvino, lui sì che capiva. “Gli amori difficili”, un manuale di sopravvivenza per anime irrequiete. L’avventura di Antonino Paraffi, il “non fotografo” che da scettico si trasforma in fanatico cacciatore d’immagini. Una traccia, quella, che decisi scientemente di non seguire. Inseguii il sogno, l’illusione. Che sciocchezza sostituire la realtà ai sogni, solo per guadagnarsi da vivere. Abbiamo una vita sola, una sola, e costringerla nella cruda realtà mi è sempre sembrata un’autolesionistica violenza. Ho sempre fatto così. Ho seguito i miei sogni, e ogni volta, l’impegno a realizzarli mi ha portato a mutare abitudini, a frequentare luoghi e amici diversi. Ogni volta è stato come rinascere, chiudere un ciclo per aprirne un altro, sconosciuto, su cui riversare tutto: speranze, energie, fiducia. “Tu non lavori, giochi!”, mi urlava Daniela, la mia compagna, ogni volta che mi vedeva esaltato da una nuova impresa. Mai un rimprovero mi fu più gradito. E ho continuato imperterrito a meritarmelo. Lavorare giocando, per me, era l’unica formula sensata. Il segreto per rimanere giovani, diceva Wilde, è una sregolata passione per il piacere. E io, che a scuola ero uno studente diversamente assente, indifferente a quanto accadeva in classe, ho iniziato a imparare davvero solo una volta fuori dallo studio. Perché anch’io, come ogni essere vivente, mi trasformo. Non ho mai avuto la minima intenzione di perdermi per essere come gli altri. Ho sempre cercato percorsi diversi, coltivando molteplici interessi, appassionandomi fino a diventarne competente. Mi annoiava l’idea di fare lo stesso lavoro per tutta la vita. E poi, avevo una memoria eccezionale, capace di salvare migliaia di dati, centinaia di numeri di telefono, di nomi, indirizzi e di particolari apparentemente irrilevanti, che in realtà definiscono precisamente ogni singola situazione. E questo aiutava, accidenti se aiutava. La mia capacità è invariata, ma è l’attenzione che posso dedicare agli avvenimenti che sta venendo meno. Mi accorgo di essere sempre più distratto e disattento a quanto mi circonda. Sarà l’età? Ma no, è il croissant che è ormai fin troppo smozzicato.
Carissimo Enrico, GRAZIE.
Ribadisco che sei un ARTISTA irragiungibile. Scrivi da DIO.
Ribadisco che Ettore ha avuto una gran FORTUNA ad essere generato da te.
Abbraccio
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arrossisco.
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