
Dicono che nella frazione di secondo che precede un impatto ti passi tutta la vita davanti. Nessuna letteratura ha mai raccontato, invece, cosa passi per la testa di due genitori svegliati nel cuore della notte dal proprio smartphone, quando il vuoto algoritmo di un device satellitare notifica sul display un sibillino e perentorio «Crash rilevato». Ti svegli con il cuore in gola, la bocca impastata di panico e scopri che il punto del presunto disastro si trova a meno di un chilometro da casa. Ti metti una maglietta e ti precipiti sul posto, in calzoncini e disperazione, dove ad accoglierti c’è il classico scenario dell’oscurità di campagna, buio pesto, il solco di una buca stradale riempito di fango e un gran silenzio. Poi scorgi un ramo spezzato di fresco e, poco più in là, due sagome rannicchiate a terra. Sono loro, mio figlio Ettore e la sua ragazza. Vivi. In quel preciso istante pronunci un «grazie a Dio» con la devozione assoluta che solo noi non credenti riusciamo a tirare fuori nei momenti di autentico terrore. Ti riappropri dei piedi, ti avvicini, li scruti. Parlano, sono interi, lui ha un’escoriazione vistosa sulla spalla, benedetta cintura di sicurezza, lei perde un po’ di sangue da un alluce. Della macchina, invece, nessuna traccia. «È laggiù», indica Ettore verso il vuoto. La dinamica è chiara quanto il degrado delle nostre strade, una buca colma d’acqua, la patina di melma che trasforma l’asfalto in una saponetta e la fisica che decide di fare il resto. Li carico in auto e ripartiamo, poi nel breve tragitto verso casa scatta la solita reazione fisiologica del genitore scampato alla tragedia, il rimprovero. Do per scontata l’imprudenza, il (presunto) solito eccesso di velocità dei giovani, che Ettore incassa in silenzio, oppresso dal senso di colpa per il rischio fatto correre alla ragazza. Soltanto l’indomani l’imperturbabile scatola nera mi smentirà, certificando un’andatura fin troppo prudente, meno di 48 chilometri orari. A casa, una volta al sicuro, le difese crollano e i due ragazzi si abbandonano a un pianto liberatorio. Beata gioventù, che smaltisce il terrore con le lacrime io e mia moglie Paola, nel frattempo, abbiamo lasciato sul campo una buona decina d’anni di vita.
Il lunedì mattina, nello sporgere denuncia ai Carabinieri, mi rendo conto che quella notte avrei dovuto chiamare subito il 112 per «verbalizzare l’evento» ad uso e consumo delle pratiche assicurative. Sorrido tra me e me. Quando ritrovi tuo figlio sano e salvo nell’oscurità di una scarpata, l’ultimo dei tuoi pensieri è farti rilasciare una ricevuta da un pubblico ufficiale… Ma chi se ne frega.