
Dicono che nella frazione di secondo che precede un impatto ti passi tutta la vita davanti. Nessuno racconta invece cosa ti esplode in testa alle tre di notte, quando lo smartphone sul comodino si accende da solo con due parole secche sullo schermo: «Crash rilevato». Cuore in gola, bocca asciutta, di cartone. La mappa segna un punto a ottocento metri da casa. Infilo una maglietta al buio e mi fiondo fuori in calzoncini, spinto da un panico cieco. Sulla interpoderale c’è solo l’oscurità densa della campagna, silenzio fitto e una bassa voragine dell’asfalto, colma di fango. Poi noto un ramo spezzato di netto sul ciglio. Poco più sotto, due ombre rannicchiate a terra: Ettore e la sua ragazza. Vivi. È quello l’istante esatto che tiri fuori un «grazie a Dio» con la devozione disperata che solo noi non credenti riusciamo a provare quando tocchiamo con mano l’abisso. Le gambe, però, tremano ancora. Mi avvicino, li tocco. Parlano, sono interi. Lui ha la spalla scorticata dalla cintura di sicurezza, lei perde un filo di sangue da un alluce. Dell’auto, nessuna traccia. «È finita giù», indica Ettore verso il nero. Il resto è pura fisica: una buca trascurata, la fanghiglia che trasforma l’asfalto in una saponetta, la macchina che scivola nel vuoto. Li carico a bordo e ripartiamo. Durante quei due minuti di strada mi parte la reazione nervosa del padre scampato al peggio e attacco a rimproverarlo. Dò per scontata l’imprudenza, l’azzardo stupido. Ettore incassa muto, schiacciato dal senso di colpa per aver fatto rischiare la pelle alla ragazza. La scatola nera, il giorno dopo, mi smentirà senza appello: andavano a meno di 48 all’ora. A casa le difese cedono. I ragazzi crollano in un pianto a dirotto, liberatorio. Beata gioventù, che lava via il terrore con le lacrime; io e mia moglie Paola, in quel quarto d’ora, abbiamo lasciato sul campo dieci anni secchi di vita.
Lunedì mattina, in caserma dai Carabinieri per la denuncia, mi sento dire che quella notte avrei dovuto chiamare subito il 112 per «verbalizzare l’evento» a uso assicurativo. Mi viene da sorridere. Quando tiri fuori tuo figlio vivo dal fondo di una scarpata, l’ultimo dei tuoi pensieri è farti rilasciare la ricevuta da una divisa. Ma chi se ne frega.