Brick a l’oeuf, colera e narghilè

Carlo e lo squalo a Favignana.

Ponza, un’estate di un’altra era geologica. Una barca a vela che aveva visto giorni migliori, diciamo pure un’arzillo decrepito sloop, stipava un’umanità assortita: tre amici, le rispettive metà (più o meno), e un cane, la cui identità anagrafica resta avvolta nella nebbia del tempo. Destinazione ambiziosa: Capo Bon, Tunisia. L’armatore e unico designato timoniere, Carlo, un ex lanciatore di giavellotto (gloria effimera di campionati regionali), incarnava la perfetta sintesi dell’amico ideale per bagordi, battute di pesca improvvisate e, all’occorrenza, qualche scazzottata. Un passato da rocker in una band di cui oggi restano solo vaghi echi onomastici – Charlie “Fantastico” Bend, Michele e altri fantasmi – completava il profilo di questo esemplare umano. Permaloso come una primadonna, generoso a intermittenza, e incline a reazioni fisiche poco raccomandabili in caso di contrarietà. Ah, e non disdegnava una certa pignoleria, costellata di tabù alimentari e altre idiosincrasie che, in fondo, ci accomunavano tutti. A bordo, la consorte di Carlo, dedita alle arti come assistente di un certo Bonito Oliva, e la di lei sorella, all’epoca legata sentimentalmente a Michele. I nomi? Dettagli superflui, inghiottiti dal buio del tempo. E poi c’eravamo io e Daniela, la mia compagna di allora, una friulana dal temperamento vivace, per usare un eufemismo, un felino pronto a sferrare gli artigli. Un cocktail esplosivo, insomma, per una vacanza che sulla carta prometteva fasti. Centocinquantadue miglia nautiche ci separavano da Ustica. Una bazzecola, se non fosse stato per la velocità media prevista: cinque nodi. Tradotto in ore di navigazione ininterrotta a motore, con un mare piatto come una tavola da biliardo e l’assenza molesta di un alito di vento: più di trenta. Un supplizio per tutti, quadrupedi inclusi. Proprio a proposito di quest’ultimo, in un momento di lucida distrazione diurna, mi accorsi della sua assenza. “Merda,” pensai con la fulminea chiarezza della disperazione, “sarà caduto in mare. Ma quando? Quanto tempo fa?”. Il GPS era ancora un’utopia tecnologica. Inversione di rotta immediata, un’inversione a U che ci proiettò otto ore indietro, verso Ponza. Dopo una mezz’ora di fibrillazioni collettive, eccola lì, una sagoma che annaspava disperata verso la nostra prua. Salvi, anzi no, salva: una lupa in miniatura. L’approdo notturno a Ustica fu salutato da un evento tanto inatteso quanto fragoroso: sulla piazzetta antistante il molo, in un tripudio di fuochi d’artificio molto siculi ed esagerati, una band locale straziava a mille e più watt le note di “Smoke on the water”. Gettammo l’ancora, inebriati da un’emozione al limite del ridicolo, urlando strofe sconnesse dei Deep Purple, come se la nostra vita dipendesse da quella litania rock. Terminato il cacofonico intermezzo musicale, Carlo, in preda a un’improvvisa ispirazione canora, imbracciò la chitarra e si lanciò in una sua personalissima interpretazione di un successo dei Bee Gees. Un falsetto approssimativo che, nella sua indiscutibile esecuzione, esprimeva una sua malinconica dignità. Eravamo tutti esausti, pronti a trasformare la dinette in un dormitorio di fortuna, ma finché lui continuava a strimpellare… Finalmente, era ormai tardissimo, calò il silenzio, ma alle cinque del mattino, con un sacchetto di cornetti in mano, Carlo ruppe la quiete: “Forza, dormiglioni! Il mare ci aspetta!”. E quello fu solo l’incipit. Ogni notte si protraeva in interminabili serenate chitarristiche, e ogni mattina… be’, lui aveva il dono di rigenerarsi con poche ore di sonno e una smania di pesca che rasentava la patologia. All’alba, puntualmente, il rombo del motore squarciava l’aria – necessario, a suo dire, per ricaricare le bombole. Il motore era un’entità onnipresente, un mantra meccanico che scandiva le nostre giornate. Salpata l’ancora, si partiva. Ogni giorno era una meticolosa perlustrazione dei fondali a due o tre nodi, alla ricerca di una secca ignota, un ammasso di rocce sommerse, sconosciute e quindi, nella logica contorta di Carlo, pullulanti di pesce pregiato. E puntualmente, orate e dentici di taglia impressionante, cernie, saraghi, ombrine… un’abbondanza ittica che finiva dritta nelle cucine dei ristoranti di Favignana e Pantelleria. Intere giornate dedicate alla pesca e serate puntualmente dedicate all’incasso. Idilliaco, no? Peccato che per chi non si immergeva con le bombole – io, le ragazze e il cane – quelle ore trascorse a cullarci sulle onde seguendo le bolle dei respiratori subacquei di Carlo e Michele si trasformavano in una tortura lenta e inesorabile. La situazione non poteva protrarsi, ma in qualche modo continuò. Tra sbuffi, recriminazioni, banchi di pesci e isole all’orizzonte, approdammo finalmente in Tunisia, nel porto di Kelibia. Lì, per nostra fortuna, la navigazione subì una brusca interruzione. Il motorino d’avviamento rese l’anima, e nel porto di Kelibia non esisteva l’ombra di un’officina, né tantomeno di un meccanico. Come se non bastasse, Kelibia paese era alle prese con un’epidemia di colera, circoscritta, ci rassicurò un medico locale, a un quartiere ben preciso: “Voi statene alla larga”, tagliando corto la conversazione. Carlo imprecò con fervore, mentre noi, con un sollievo malcelato, ci abbandonavamo ai piaceri languidi dei caffè orientali, tra tè alla menta, tè ai pinoli, nuvole profumate di narghilè, e un’orgia di brick à l’oeuf e pasticcini. Giornate fantastiche, abbandonati su quelle stuoie all’ombra degli incannucciati. Un vicino di barca tunisino, mosso da chissà quale arcano impulso di generosità, decise di offrirci il suo aiuto. Tra lo scetticismo palpabile di Carlo, smontò il famigerato motorino d’avviamento. “Bruciato,” sentenziò dopo un’annusata eloquente, “brûlé, c’est brûlé. Se volete, torno a Tunisi e potrei portarlo in un’officina. Rientrerei lunedì, tra due giorni”. Non c’era alternativa, e nonostante la diffidenza di Carlo, l’uomo si dileguò con il pezzo incriminato. La calura nel porto in ristrutturazione era opprimente. L’unico operaio presente trascorreva le sue giornate con una pigrizia monumentale, seduto su un muretto in costruzione, sferrando fiacchi colpi di martello su ferri contorti che spuntavano dal cemento. Carlo, in un impeto di autolesionismo igienico, decise di farsi una doccia sotto il rubinetto del “cantiere”. Si insaponò con meticolosità, e l’operaio, impietosito dalla sua goffaggine, scese silenziosamente dal muretto, gli sfilò la saponetta dalle mani e gli insaponò la schiena. Carlo, con gli occhi serrati per via del sapone, credette di sentire le mani della moglie carezzargli la schiena. Emise un gemito di piacere, aprì gli occhi e si ritrovò l’intera combriccola ad osservarlo dal pozzetto. Si voltò di scatto e, con le mani ancora insaponate, si ritrovò di fronte il sorriso enigmatico dell’operaio. Si rifugiò in barca, sottocoperta, a passo di carica.

Ci vollero diverse spedizioni a Tunisi per riavere il pezzo funzionante. Ogni volta un imprevisto diverso ritardava la riparazione. Finalmente, riprendemmo il mare. Non prima di un’ultima battuta di pesca, questa volta davvero memorabile, culminata nella cattura di una cernia di quaranta chili. A Pantelleria vendemmo quasi trecento chili di pesce a un prezzo irrisorio a una pescheria locale. L’alba del giorno seguente ci vide salpare nuovamente, destinazione Ponza. Il ritorno fu un’odissea silenziosa, ostile, faticosa. Nessuno proferì parola. Una volta tornati a Roma, ci demmo alla macchia per un periodo indefinito, pur rimanendo legati da un’amicizia che ancora oggi si nutre di aneddoti marini e di racconti di pesca. Grazie, Carlo. Davvero.

P.S.: La band di Carlo si chiamava “King’s Beat”. Alla batteria un certo Fabrizio V., alla chitarra ritmica Olivier, alla chitarra solista Michele N., al basso Charlie “Fantastico”. Carlo si occupava di tastiere e voce. Il nome della moglie era Cristina, quello della sorella… un vuoto di memoria. Ah, la barca era un motorsailer di dodici metri, con una costruzione tradizionale a fasciame, e, ovviamente, si chiamava Aquilante II. Il cane… be’, il cane resta un mistero avvolto nella bruma del tempo.

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