Un amico, vero!

Era partito con l’intenzione di frequentare in Scozia un corso per mastro d’ascia e un paio di anni dopo ne tornò con un Morgan Giles d’epoca, ovviamente in legno e con le vele rosse. Traversò la Manica, da solo, e arrivato in Francia prese la via dei canali. Voleva arrivare in Mediterraneo approfittando delle vie d’acqua francesi. Non ci mise molto, soltanto un altro paio d’anni. Il fatto è che Tuvia (buffo nome, vero?) era e credo lo sia a maggior ragione adesso, un “bon vivant”, amava il cibo, il vino e le belle donne. In fondo, cos’altro conterebbe nella vita? Quando l’avevo conosciuto frequentavamo assiduamente un locale a Trastevere, il  Deja Vu, una cantina umida ma accogliente dove a tutto volume ballavamo fino a schiantarci sulle note della migliore musica del momento. Era pieno di una varia umanità, tossici, poliziotti travisati, camuffati da tossici, giovani politicizzati e altri, tanti altri, solo amanti della buona musica, del casino, della ragazza carina del bar. Tuvia abitava lì vicino, a vicolo del Leopardo, in un appartamentino condiviso dove il lavandino della cucina si svuotava una volta al mese, ma non ogni mese, perchè si, insomma, la pulizia non era, per lui, una priorità. L’avevo conosciuto tramite Carlo, che aveva in quegli anni un cantiere a Fiumicino dove costruiva barche in acciaio. Ne ricordo una, bellissima, appena finita per Gianmaria Volontè… Passavamo a casa sua a chiamarlo e poi scendevamo giù, al terzo livello, in quei locali, tra quella umanità che sembrava uscita dalla matita di Tanino Liberatore. Passavamo le notti del fine settimana, in quel buco e ne uscivamo che era quasi domenica, stanchi, sudati, le canotte appiccicate addosso, puzzolenti di fumo, di muffe e di umori corporali. Voleva imparare le tecniche navali per costruire barche in legno, chissà perché, per quale motivo, se non per mero romanticismo? Sì, Tuvia era pervaso di romanticismo e per questo, solo per questo, decise di affrontare l’esperienza e il viaggio. Entrò quindi nella rete di canali navigabili tolse l’albero e di chiusa in chiusa, mappe alla mano, iniziò il trasferimento, la crociera fluviale. Ad ogni chiusa c’era da aspettare un tempo indeterminato, a volte lungo, infinito, ma nelle immediate vicinanze poteva trovare un petit restaurant, una trattoria, un luogo dove chiacchierare, passare il tempo tra un bicchiere di vino e un piatto di salumi o formaggi, Sì, questo aggiungeva fascino alla navigazione, rendeva estremamente più piacevoli i tempi d’attesa, la sosta. E in una di queste fermate conobbe Eloise, una robusta, bella contadinotta che aveva una piccola fattoria lì vicino. E così i dieci metri di Morgan Giles furono appoggiati ad un covone, e lì restarono per due anni, mentre Tuvia e Eloise si esercitavano nella ricerca affannosa di altri modi di passare il tempo. Poi le cose cambiarono, come spesso succede, così Tuvia e il dieci metri tornarono in acqua e finalmente giunsero a Porto Santo Stefano, dove nel frattempo, casualmente, io e Daniela eravamo sbarcati da Soffio, la nostra barca di ottometrieventicentimetri, litigando furiosamente per un qualcosa, un’inezia come sempre, di cui non ricordo assolutamente nulla. Daniela fece i suoi bagagli, poca cosa, e andò alla stazione dei bus, mentre io, passeggiando, anzi, trascinandomi tristemente lungo il molo incontrai Tuvia, affaccendato nel ripristino del teak della coperta. Non ci vedevamo da anni, ma eravamo amici, lui capì bene il momento, la mia tristezza e dicendomi “ci vado a parlare io” si allontanò a passo veloce. Tornai in barca e dopo un po’ vidi tornare lei, Daniela, pentita del litigio e affettuosa. Grazie Tuvia, pensai, e salpammo, partimmo, senza neppure salutarlo. Giorni dopo, eravamo alla fonda all’Elba, Daniela mi raccontò del dialogo che aveva avuto con il mio “amico”, quello che l’aveva convinta a tornare da me: “ma lascialo finalmente quel egocentrico, inconcludente, megalomane, tu meriti di più, un uomo concreto, affettuoso, divertente. Lascialo e mettiti con me”. Ecco, a volte, gli amici…

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