
A quei tempi, sapete, l’epoca andava di fretta ma noi al Circeo ci muovevamo con la lentezza oziosa delle vacanze. Io, in particolare, avevo un Velosolex nero, una fedele cavalcatura per le pianure. Lungomare, Lacona, Torre Paola, Baia d’Argento, Torre Olevola: questa era la mia geografia preferita, un orizzonte piatto che non conosceva l’onta della salita. Solo un paio di volte, con uno sforzo quasi eroico, l’avevo spinto fin su in paese, alla grotta delle Capre, al faro e persino oltre, fino a Punta Rossa. Ricordo la salita come una penitenza: il caldo appiccicoso, la fatica che mi si incollava addosso con la polvere, il fumo acre della miscela che mi ungeva i capelli. E poi, certo, c’era la ricompensa effimera di un bagno ristoratore. Meraviglioso, sì, ma troppo caro in termini di sudore e fatica. La pigrizia, si sa, è una brutta bestia, e così rinunciai a quelle vette panoramiche. Non bastava la fugace frescura dell’acqua a compensare la tortura della salita, e anche il ritorno, ahimè, presentava insidiosi strappi in contropendenza. Troppi.
Poi, come spesso accade nella vita, irruppe il miracolo sotto le spoglie di una ragazza. Assai carina, per giunta. Era venuta a trovare dei parenti a Borgo Montenero, gente trapiantata dal nord ai tempi della bonifica, un’operazione che, a quanto pare, aveva generato anche qualche fiore inatteso. E Borgo Montenero, benedetta pianura, era un eden per il mio Velosolex. Lì, in quel regno orizzontale, mi sentivo un vero asso. Lei veniva da Nervi, un toponimo che per me evocava vagamente esotismi portoghesi, più che una precisa collocazione geografica. Aveva un accento, un cantilenare melodioso, che stranamente mi ricordava quella lingua a cui non ho mai saputo resistere. Neppure a certi occhi, a certe curvature di labbra, però. Restò poco, una manciata di giorni, giunta per celebrare un nonno longevo o qualche simile ricorrenza familiare. Ogni tanto faceva capolino da Katuzza, una sorta di ritrovo locale dove il tempo sembrava essersi dimenticato di scorrere. Lì ci eravamo incontrati la prima volta. Io ero intento a ungere con scrupolo certosino, utilizzando dell’olio di macchina esausto, la sella del motorino di un tale che non godeva affatto delle mie simpatie. Anzi. E poi, questo signorino, un esemplare presumibilmente pariolino, ostentava sempre candidi pantaloni di lino purissimo, un’ostentazione che ai miei occhi suonava come una provocazione. Avevamo, diciamo così, delle “questioni” in sospeso. Lei fu incuriosita dal mio certosino sabotaggio e, con una schiettezza disarmante, me ne chiese la ragione. Temevo volesse farmi smettere, o peggio, fare la spia con il malcapitato. Invece, con mia sorpresa, volle vedere il soggetto che si stava “meritando” quel trattamento speciale. Glielo mostrai senza reticenze, era lì, da Katuzza, intento a sorseggiare qualcosa da un bicchiere rossastro. Lei, con un’occhiata complice, convenne con me: “Ha la faccia da belinoin, ma non è il solo. Guarda pure i suoi amici, sono tutti con le stesse braghe bianche, le stesse Lacoste in tono. Ma non te n’eri accorto?” E poi, con un guizzo malizioso negli occhi, continuò in dialetto: “A moæ di belinoin a l’é de longo gräia”. Avevo trovato un’anima affine, una complice inattesa e persino dotata di una creatività diabolica. E così, canticchiando allegramente un motivetto inventato al momento, “untorini, untorelli”, ci dedicammo a “sistemare” le selle di tutti quei giovanotti imbellettati, ridendo come due folli all’idea delle loro espressioni quando si sarebbero seduti su quel viscido velluto nero. Che ragazza avevo trovato! Un alter ego, una vera criminale con il gusto per gli scherzi, ovviamente subiti dagli altri. Furono giorni spassosi, parecchio. Ma, come spesso accade, la magia durò poco. Lei dovette ripartire, lasciando dietro di sé un vuoto inaspettato. Un vuoto tale che, una volta tornati a Roma dalle vacanze, un bel giorno decisi, con la leggerezza incosciente della gioventù, di andarla a trovare a Nervi. Avevo tempo, le scuole sarebbero ricominciate solo a ottobre e quell’anno, per mia fortuna o sfortuna, non avevo debiti formativi. Così, con dieci giorni di libertà davanti a me, preparai uno zaino, la tenda canadese, inforcai il fedele Solex e partii. Fu un viaggio lunghissimo, allucinante e faticoso. Nell’entusiasmo di rivederla, non avevo minimamente calcolato la reale distanza di Nervi. Sapevo che era da qualche parte vicino a Genova, che si raggiungeva percorrendo la mitica Aurelia, ma tutta quella strada… e quel caldo appiccicoso che mi si incollava addosso come un rimorso. Impiegai una settimana intera per arrivare, sfinito, puzzolente di miscela e sudore. E una volta lì, l’accoglienza paterna non fu esattamente calorosa. Anzi. “Ma sto chi l’è tò amigo di schèrsci?” tuonò truce il padre alla figlia, per poi rivolgersi alla moglie con un’eloquenza dialettale inequivocabile: “Ma servì pròprio quarquedùn ’asià a tò fìggia?”. Nonostante la barriera linguistica, capii subito che non era il caso di insistere. D’altronde, non ero certo stato invitato. Così, con la prontezza di un attore consumato, improvvisai una frase di circostanza, la prima che mi balenò in mente: “Scusate, ero solo qui di passaggio… certi parenti in Piemonte…” Salutai la mia amica con un cenno imbarazzato e mi dileguai. Rientrai con il treno, un mezzo molto meno faticoso e decisamente più veloce. Ci scrivemmo, per un paio di volte, poi sapete come va a finire. Ma il Solex, quello sì, è ancora lì, appeso al soffitto del mio studio, un muto testimone di un’avventura un po’ folle e di un’amicizia effimera.