Untorini, untorelli.


A quei tempi, erano gli anni’60, andavamo in vacanza al Circeo, avevo un Velosolex, nero, con cui mi spostavo, rigorosamente in pianura. Lungomare, Lacona, Torre Paola, Baia d’Argento, Torre Olevola, questo era il percorso che preferivo, tutto in pianura. Solo un paio di volte l’ho usato per andare su in paese, alla grotta delle Capre, al faro e ancora oltre, a Punta Rossa. Ricordo la salita, il caldo, la fatica, il fumo della miscela che mi impregnava i capelli, e poi il bagno ristoratore. Il meraviglioso bagno ristoratore. No, non era possibile andarci, troppa fatica, rinunciai, non bastava il bagnetto ristoratore, e poi, anche il rientro aveva punti in salita, e si sudava, troppo.  Poi conobbi una ragazza, era carina, era venuta a trovare i parenti a Borgo Montenero, gente arrivata dal nord ai tempi della bonifica. E Borgo Montenero era in pianura, niente salite, e io in pianura ero fortissimo. Lei era di Nervi, io neppure mi rendevo conto di dove si trovasse questa cittadina, solo che lei aveva un accento, un cantilenare, che mi ricordava il portoghese e io a questa lingua non ho mai saputo resistere. Neppure a certi occhi, a certi sguardi, però. Restò poco, appena una decina di giorni, era arrivata per l’anniversario del nonno, o qualcosa di simile, e ogni tanto faceva una puntata da Katuzza e lì ci eravamo incontrati la prima volta, io stavo ungendo con dell’olio di macchina esausto la sella del motorino di un tizio che non mi stava affatto simpatico, anzi, e poi questo tale indossava sempre dei pantaloni candidi di puro lino, un imbecille dei Parioli, con cui avevo delle questioni. Lei si incuriosì di quanto stavo facendo e, molto direttamente, me ne chiese la ragione. Pensavo volesse farmi smettere, o magari, peggio, fare la spia, invece volle vedere il tizio che si stava meritando il trattamento. Glielo mostrai senza problemi, era lì, da Katuzza e lei convenne con me dicendo “ha la faccia da belinoin, ma non è il solo, guarda pure i suoi amici, sono tutti con le stesse braghe bianche, le stesse Lacoste in tono, ma non te ne eri accorto?”. E poi continuò in dialetto “a moæ di belinoin a l’é de lungo gräia”. Avevo trovato un’anima gemella, una complice e anche molto efficiente, addirittura creativa, e così, canticchiando allegramente il motivetto “untorini, untorelli” sistemammo tutti i motorini di quei ragazzetti, ridendo come matti a immaginare come si sarebbero conciati sedendosi su quelle selle. Che ragazza avevo trovato, un alter ego, una vera criminale! Le piacevano gli scherzi, farli ovviamente. Furono giorni spassosi, parecchio. Durarono poco, lei dovette ripartire e ne sentii la mancanza, così tanto che un bel giorno, tornati a Roma dalle vacanze, decisi di andarla a trovare a Nervi. Avevo tempo, le scuole sarebbero ricominciate solo ad ottobre e quell’anno non avevo materie a settembre, così mi presi dieci giorni per andarla a trovare. I miei non erano contrari a lasciarmi parecchia libertà e così preparai uno zaino, la tenda, inforcai il Solex e partii. Fu un viaggio lunghissimo, allucinante e faticoso. Nell’entusiasmo di rivederla non mi ero reso conto di quanto effettivamente fosse lontano Nervi, sapevo che era da qualche parte, vicino Genova, che ci si arrivava con l’Aurelia, ma tutta quella strada…, quel caldo. Impiegai una settimana ad arrivarci, sfinito, puzzolente di miscela e sudore e una volta lì non trovai una calorosa accoglienza da parte del padre. Anzi.  “Ma sto chi l’è tò amigo di schèrsci”, disse truce alla figlia e poi rivolto alla moglie “ma servì pròprio quarquedùn ’asià a tò fìggia?”. Nonostante l’avesse detto in dialetto capii subito che non era il caso di restare, tra l’altro non mi avevano di certo invitato, quindi dissi una frase di circostanza, la prima che mi venne in mente “scusate, ero solo qui di passaggio…certi parenti in Piemonte…” salutai la mia amica e me ne andai. Rientrai con il treno, molto meno faticoso, e di certo più veloce. Ci scrivemmo, per un paio di volte, poi sapete come succede, ma il Solex ancora ce l’ho, appeso al soffitto.

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