
Erano le due di notte, un’ora in cui tutti i fantasmi della città si concedono una passeggiata e i vivi, se ancora gozzovigliano in giro, hanno di certo qualcosa da nascondere. Il ragazzo si era appena defilato da un locale di piazza di Spagna, un antro buio di musiche rock e inconsistenze, dove aveva annegato qualche ora in un vago senso di ribellione adolescenziale. Inquieto, certo, visto che Il coprifuoco genitoriale scattava implacabile a mezzanotte, e lui era ancora lì, a piedi, con la sua BSA reduce di guerra che si era ostinatamente rifiutata di cooperare. Una rabbia sorda gli montava dentro, un’irritazione sottile come un’unghia ma nel suo intimo, stranamente, covava la solita noncuranza. “È tardi? E chissenefrega. Che mi possono fare? Mi ammazzano? No, e allora…”. Aveva tentato ogni sortilegio meccanico per resuscitare il vecchio catorcio, spingendolo con uno sforzo quasi mitologico su per la salita di San Sebastianello, per poi tentare l’azzardo di una partenza all’americana in discesa innestando al volo la seconda, una speranza vana. Macché, nulla. Neppure un sussulto, un tossico promettente scoppiettio. Ormai stremato, aveva abbandonato la moto in quel vicolo buio, ben accostata al muro come un rudere ingombrante, e si stava incamminando pigramente verso piazza San Silvestro, mentre una pioggerellina fastidiosa, la tipica gnagnarella romana che si insinua nelle ossa, cominciava a bagnare l’asfalto. “Ecco, adesso pure la pioggia,” disse tra i denti, con un’esasperazione contenuta. Si sforzava di mantenere la calma, una disciplina autoimposta per non incrinare quel fragile karma che si era faticosamente costruito. Aveva abbracciato la “non violenza”, un credo di certo un po’ snob, purificandosi da mesi con strani decotti a base di erbe dal sentore vagamente cimiteriale, una pozione amara e nauseabonda che avrebbe dovuto liberarlo da tutte le tossine accumulate nei suoi quasi diciott’anni di vita. Il suo aspetto, lui che si immaginava ascetico e diafano, era invece parecchio inquietante. Lo sguardo fisso e un po’ allucinato, gli zigomi pronunciati che gli scavavano le guance magrissime e di un bianco verdognolo, uniti alla sua statura longilinea e alle spalle larghe e ossute, davano l’impressione, un segnale, una manifestazione evidente di chissà quali vizi notturni. E invece, pensate un po’, non toccava un goccio d’alcool, rifuggiva il caffè come la peste e persino la Coca Cola, quella subdola bevanda con più caffeina di quattro espressi. Canne? Droghe? Macché. Lui si stava depurando dalle tossine, da tutte le tossine autoprodotte, figuriamoci se si sarebbe contaminato con quelle esterne. Pulito, voleva essere pulito, e in un certo senso lo era davvero. La sua dieta si riduceva a riso integrale con sparute verdurine, condito con il solo Tamari, una salsa di soia leggera e poco incline alla sapidità, qualche fagiolo di azuki dal sapore anonimo e poco altro. “Perché questa rabbia…?” si stava chiedendo mentre i suoi Clarks color sabbia scivolavano sul perfido pavé bagnato. “Mangio come un sadhu… beh, magari… insomma quasi… perché non riesco a tenere a freno questa bestia che mi sta crescendo dentro… perché?”. Nel frattempo era giunto in Piazza San Silvestro. Al centro, immobile come un pachiderma addormentato, il 52 barrato con il motore spento e nessun autista in vista. Davanti al Reminders, seduto per terra in una posa astrusa, un senzatetto ormai in un avanzato stato di decomposizione alcolica discuteva animatamente con una bottiglia di chissà quale vinaccio e ormai vuota, un dialogo surreale interrotto da grugniti incomprensibili. Nessun altro in giro. “E adesso?” pensò. “Chissà quando partirà questo autobus… e poi mi aspetta una camminata biblica, tutto il viadotto di Corso Francia, sotto questa schifezza di pioggia…”. Salì sull’autobus deserto dalla porta anteriore, tutti i sedili erano liberi, tranne uno in fondo dove sedeva una ragazza pallida, i lucidi capelli neri legati in una lunga coda che metteva in risalto il suo collo diafano e sottile come un giunco. Indossava una gonna beigiolina plissettata e una giacca in tono stretta stretta, un’apparizione anacronistica che sembrava uscita direttamente da una cartolina degli anni Quaranta. Lo sguardo del ragazzo si incollò a quel collo esile, una strana fascinazione morbosa stava prendendo il sopravvento sui suoi pensieri annebbiati dalla stanchezza e dalla precedente frustrazione. Lei se ne accorse, distolse lo sguardo, e abbassò gli occhi con un timore improvviso. Quel ragazzo, quell’atmosfera notturna e desolata… Si, aveva paura, e non c’era nessuno, in quel momento, che potesse difenderla. Rimase quindi immobile, pietrificata, le gambe affiancate, le ginocchia strette l’una contro l’altra, le mani aggrappate alle cosce, le dita aperte e livide e il respiro che si faceva via via più corto, un rantolo silenzioso. Lui, come un animale notturno che fiuta la preda, avvertì la paura di lei, un’emanazione palpabile che saturava l’aria ferma dell’autobus. La respirò a pieni polmoni e si avvicinò silenzioso, felino nella sua incertezza. E lei vide le sue Clarks color sabbia avvicinarsi ai suoi piedi, un presagio ineluttabile, che le mozzò il respiro. Era ormai completamente terrorizzata quando le mani di lui le si posarono sul collo e iniziarono a stringere, a stringere sempre più forte. Paralizzata dal terrore, non riusciva neppure a chiedere aiuto, a urlare, a divincolarsi mentre lui la stava uccidendo, così, senza nessun motivo, ma solo per una reazione animale alla sua paura. E improvvisamente, con la stessa inspiegabile rapidità, lui riprese possesso delle sue facoltà mentali. Si rese conto di cosa gli stava accadendo e, con una delicatezza inattesa, lasciò la presa. Lei tossì flebilmente, si piegò in due, appoggiò la fronte sulle ginocchia e prese un lungo, singhiozzante respiro. “Scusami,” sussurrò lui con una voce rauca, “non so cosa mi è preso, lo giuro. Non vado mai in giro a strangolare ragazze sconosciute, è che…” Si girò, e con una flemma quasi teatrale scese dall’autobus. Nello stesso istante in cui appoggiò il piede sul selciato bagnato, mi svegliai di colpo, tutto sudato, le mani strette e doloranti. Mai più un’impepata di cozze dopo le nove di sera, pensai, con un vago senso di colpa postuma.