Deposizione

Sì, era un tale che frequentava casa nostra a São Paulo, un giovane nato a Portogruaro ma siciliano fino alla radice dei capelli. Un artista. Non ho alcuna idea di come sia iniziata la frequentazione, forse a causa del fatto che mamma era coreografa e che quindi il giro di amicizie, il gruppo di persone che frequentavano la nostra casa era composto da bellissime ragazze del Corpo di Ballo del IV Centenario? È assai probabile. Che io mi ricordi, almeno tre o quattro di loro furono sue conquiste, e dire che non si poteva definire bello, non nel senso ellenico del termine, e neppure ricco, sperperava tutto quanto potesse guadagnare, ma simpatico sì, e pure dotato di un fascino particolare, un po’ guascone, irriverente, anzi strafottente. Sex appeal? Intelligenza, genialità, simpatia? Beh, credo proprio di sì, altrimenti per quali altre doti avrebbe conquistato così tante donne nell’arco dell’intera sua esistenza? Donne che lo hanno amato e odiato, che lo hanno lasciato e sono state lasciate, per poi ritrovarsi di nuovo amici dopo un tot di tempo. Un annetto prima di morire, una polmonite ospedaliera contratta durante un ricovero, già piuttosto malandato in salute con un serio enfisema e altre cosucce, mi invitò in Umbria, in una casa non sua dove lo trovai in compagnia di una bella signora. Me ne stupii, sinceramente non me l’aspettavo. Era lì, con il suo sorriso sardonico, in formissima, un bicchiere di whisky in mano, la sigaretta nell’altra, seduto sul bracciolo di una poltrona “finché c’è lingua c’é speranza” mi disse allegro. Bel motto, pensai io, e mi tornò in mente il giorno che lo incontrai per puro caso a Roma, erano i primi anni ‘70, forse il 1974, oppure l’anno successivo. Accadde in via del Boschetto, stavo per entrare da Alfiero, una trattoria toscana che non esiste più da decenni, e me lo trovo davanti “Paolo! Paolo Vasta, ma sei tu?” non lo vedevo da oltre quindici anni, e trovarmelo lì… “Ma  cosa fai a Roma, ti credevo a São Paulo..” “Sono tornato in Italia, in Brasile non c’è futuro.” Disse secco, poi ripetè il concetto più volte. Era fuggito, forse dalla moglie, oppure era andata diversamente, era stata la moglie a fuggire da lui. Sì, era distruttivo e autodistruttivo ma non cattivo, capace di imbarcarsi in mille cose contemporaneamente, e di inseguire improvvisamente e senza preavviso la sua smania del momento, tralasciando tutto il resto. Era fuggito con le sue due figlie. Le avevo conosciute bimbette in Brasile, le ritrovai ormai ragazze a Roma. Una storia dolorosa che non ho mai voluto approfondire. Volevo bene a lui, come a loro, ma i rapporti tra loro erano diabolicamente complicati ed era meglio starne fuori. Tuttavia iniziammo a frequentarci assiduamente, a organizzare strepitose feste in casa sua, feste in cui l’alcol scorreva a fiumi e la musica ti ubriacava più del whisky.  Riuscimmo, pur nei nostri reciproci caos, a mettere in piedi tante cose, un’attività per progettare, produrre e distribuire complementi di arredo, un enorme bellissimo laboratorio/negozio in via Baccina che fungeva anche da show room, e poi a fondare un’agenzia fotogiornalistica insieme a diverse persone che non conoscevamo. Tutte cose che non portarono una lira, erano solo un gioco, come tanti, serviva a tenerci vivi, a far circolare meglio le idee e il sangue, a conoscere sempre persone nuove. Un brutto giorno Paolo iniziò a dire cose senza senso, in siciliano. Aveva gli occhi vitrei, lo sguardo allucinato, si muoveva in modo scomposto. Un’ischemia. Lo ricoverarono in una struttura al lato del Gemelli, la clinica Columbus, in una stanza singola, e volli vegliarlo la notte, non lasciarlo solo. Sicuramente una mia esigenza, più che una sua richiesta. Durante la notte si alzò, improvvisamente, gridando in siciliano cose senza senso. Un altro attacco, peggiore del precedente, non riuscivo a tenerlo fermo, chiamai aiuto, arrivarono medici e infermieri, e la crisi passò. Quella notte mi giocai qualche anno di vita, fu peggio che se fosse toccato a me, al mattino ero sfinito, senza forze, mi tremavano le braccia. E lui, incredibilmente, ne uscì senza conseguenze, insomma se la cavò egregiamente, l’erba cattiva, come sappiamo… eccetera. E tutto riprese come prima, le sigarette, il whisky, le donne. “Finché c’è …”

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