Caldo

“No, per carità, sono cambiato, non sono più quello di allora”. Così mi disse tremando di paura quel ragazzo. Il fatto era che un paio di anni prima ci eravamo già incontrati, in una situazione poco conviviale, anzi, decisamente violenta. E adesso era lì, ad Assisi, in compagnia dei miei amici, studenti dell’Università più o meno tutti di sinistra, comodamente seduto al tavolo di un bar, un bel gelato davanti, un libro in mano. Non un libro qualunque, un libro straordinario, unico, magico: “Cent’anni di solitudine” un libro decisamente di sinistra. Mi aveva riconosciuto subito, evidentemente, e vedendomi arrivare proprio al loro tavolo era impallidito, ma che dico, era diventato terreo, lo sguardo basso, la voce tremolante “ti prego, adesso vivo e studio qui, quelli di prima, quelli di Roma li ho lasciati subito dopo quei fatti, è la verità, te lo giuro, sono cambiato davvero…”. Io ero ad Assisi per lavoro, a girare un film in qualità di fotonico, come facevo allora, cioè fonico e fotografo di scena. “Non commettere atti impuri” uno di quei filmoni con Barbara Bouchet e Gigi Ballista, si proprio quelli che tanto incontravano in quell’Italia sessuofobica e frustrata. Il lavoro è lavoro, si capisce, e io a ventun’anni non potevo certo permettermi di selezionare i film che mi proponevano, lo sapete, già tenevo famiglia, moglie, figlio e gatto.  Ad Assisi avevo trovato un ambiente giovane parecchio rilassante, era estate, un’estate terribilmente calda e avere un giro di amici con cui condividere il poco tempo libero era il massimo che potessi chiedere alla sorte. Incontrare quel ragazzo, lì, con i miei nuovi amici mi inquietò, e non poco. Mi riportava indietro di un paio d’anni, in un periodo molto più caldo, un periodo di scontri sociali e di lotte, nel pieno dell’autunno caldo del 1969, addirittura il giorno precedente uno sciopero nazionale indetto dai sindacati. Io e Furio eravamo andati al Mameli all’uscita delle lezioni, aspettavamo Cristina e Dada, la sua ragazza, ma mentre la campanella annunciava la fine delle lezioni e gli studenti uscivano disordinatamente un paio di ragazzetti iniziarono a distribuire dei ciclostilati, su cui era scritto enorme SCIOPERO e, dopo un breve testo, più in piccolo NO. Erano foglietti pubblicati dai fascisti, era evidente già dal font, ma Furio non se ne accorse, lesse solo sciopero, e poiché si riteneva un ragazzo di “destra” rifiutò il foglio. Educatamente, perché non era proprio un fascistello, era l’ultimo di una famiglia di militari, tutti alti ufficiali, il padre, il nonno, il bisnonno, forse anche tutti i suoi antenati. “Tu lo leggi”, gli urlò il ragazzetto in  jeans e eskimo, all’epoca la divisa delle “zecche”. A questo punto, al posto suo, io avrei capito, ma lui no, per Furio essere di destra significava essere rispettosi, civili, insomma, bravi cittadini. “Tu lo leggi, hai capitooo” gli ripetè sempre urlando e cercando di rimettergli in mano il foglio, ma Furio non gli diede peso e si girò per salutare Dada. Per lui il discorso era chiuso, ma l’altro non era d’accordo e con una catenata lo colpi violentemente in testa. Il sangue iniziò a colare giù copioso, mentre i negozianti, il bar, tiravano precipitosamente giù le saracinesche e gli studenti scappavano, disperdendosi ovunque, addirittura rientrando a scuola. I due fascistelli, lanciando in aria i foglietti, se la dettero velocemente a gambe. Per poi tornare in forze, urlando “allarmi siam fascisti…”.  Erano almeno in dieci, una squadraccia, e noi solo in tre e sapete, andò a finire che non fuggimmo, li affrontammo, tre contro dieci, e pur pesti e laceri li mettemmo in fuga. Beh, io avevo in mano il crick della Mercedes, lungo e pesante e lo usai, come una mazza da baseball, mentre Furio, imbestialito dalla catenata iniziale, picchiava come in trance chiunque gli capitasse a tiro. Era fuori di sé, eccitato dall’odore del sangue, gli occhi spiritati: una belva. Finì così, ci eravamo difesi anche troppo bene, restammo solo noi, in mezzo alla strada, con il rassicurante rumore delle saracinesche del bar che riapriva dopo lo scampato pericolo, i passi frettolosi dei pochi clienti che se la svignavano alla chetichella e nessuno che venisse a vedere come eravamo ridotti. E la voce di Furio che ripeteva a se stesso “non si fanno queste cose, non si bastona a tradimento uno perché non vuole leggere un foglio…solo i vigliacchi lo fanno”. Ed era stato proprio quel biondino con il libro di Gabo sotto al braccio, seduto al bar davanti a me, a dare il primo colpo, la causa di tutto. Gli tolsi il libro dalle mani, lo sfogliai…era pieno di appunti, sottolineature, ma un passaggio evidenziato in giallo attirò la mia attenzione, questo:”Non c’erano misteri nel cuore di un Buendia che le fossero impenetrabili, perché un secolo di cartomanzia e d’esperienza le aveva insegnato  che la storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili, una ruota giratoria che avrebbe continuato a ronzare fino all’eternità, se non fosse stato per il logorio progressivo e irrimediabile dell’asse”. Sì, era cambiato, il libro magico aveva compiuto il miracolo, e poi faceva davvero troppo caldo quell’estate per qualsiasi sforzo e lasciai perdere, lo perdonai.  

Barbara Bouchet, Giulio Petroni e Tony Secchi

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