Ci vuole fegato

Alla fine dei ‘70 ancora giocavo a fare il giornalista, giravo le fiere del settore fotografico, scrivevo articoli, provavo le novità, frequentavo gli “eventi” di presentazione. Sapete com’è, andare ad un Photokina, restarci per giorni, frequentare ogni rappresentanza, ogni brindisi, ogni cena… ci vorrebbe un fegato tanto, un fegato che io davvero non ho mai avuto. Metteteci pure che in queste occasioni l’alcol scorre a fiumi, che le cene sono abbondanti, grasse, pesanti. Una notte, dopo l’ennesima giornata di cocktails e rinfreschi arriva la goccia finale, il colpo di grazia: una sontuosa cena in un famoso ristorante tedesco, offriva l’Agfa. E dopo calici e calici di vini bianchi del Reno, e superalcolici, e … il mio fegato dice basta. Durante il tragitto per tornare in albergo, a piedi lungo il Reno, mi accorsi con un brivido di disagio che ogni fonte luminosa, ogni parete disponibile era coperta da grandi ragnatele dove enormi ragni scuri attendevano pazienti la prossima vittima. Una visione inquietante, un presagio.  Inutile la lunga doccia fredda in albergo, inutile il secchio pieno di acqua e ghiaccio in cui tenni tutta la notte immerso il piede destro mentre cercavo di riprendermi e di dormire. Nel frattempo il sabato notte di Köln è in atto, in pieno svolgimento e i cittadini, normalmente educati e compiti, sbracano, si ubriacano, perdendo così ogni freno inibitorio e tra risa e schiamazzi, pisciando ovunque senza ritegno, prendono barcollando la strada di casa. E mentre tutto ciò accade, sotto la mia camera d’albergo, due bionde giunoniche kellerine in abito tradizionale bavarese fanno bere fino allo stremo decine e decine di giovani e maturi tedeschi, sento i canti, i brindisi, lo sbattere dei boccali pieni e la risate, le risate, che per tutta la notte avrebbero vorticato nella mia testa, travolgendomi completamente. Tutti quei bicchieri, gli alcolici avrebbero dovuto rendermi allegro e disponibile e invece adesso mi stavano rendendo sofferente, steso. E il malessere non dava tregua, non cessava, solo dopo un paio di flebo disintossicanti somministrate da un valente infermiere del locale ospedale cominciai a riprendermi, a ragionare. Piano piano, lentamente. Uscii dal reparto medico con sottobraccio una scatola di flaconi, da assumere per via parentale, due al giorno per almeno una settimana. Il mattino successivo all’aeroporto di Colonia, tutto bloccato, nessun aereo poteva arrivare o partire, ma anche se troppo confuso per chiederne le ragioni, ero comunque abbastanza lucido per reclamare i miei diritti di passeggero munito di biglietto, quindi mi caricarono su un pullman e portato a Monaco, si, esatto proprio nella città dove dieci anni prima ebbe genesi la mia intolleranza alla birra. Quando si dice il caso, le coincidenze. Una notte in albergo, l’aeroporto era ingolfato, poi finalmente, dopo altri quattro flaconi iniettati da un infermiere sono riuscito ad arrivare a Milano, dove era in corso un altro evento un’altra Fiera della Fotografia. Mi aspettavano altri giorni di incontri, interviste. Stavo una pezza, posso dirlo? Un gran mal di testa mi affliggeva da giorni e adesso tutto ripartiva da capo, anche se lì, a Milano, le aziende sono meno generose e quindi le occasioni…poche e parecchie anche evitabili. Mi aggiravo nei padiglioni trascinandomi, privo di un vero interesse, spinto solo dal senso di responsabilità: dovevo tornare in redazione con un cospicuo bottino. Ma ero avvantaggiato, sapevo già tutto, le novità più eclatanti erano le stesse del Photokina, solo esposte più in economia, restava quindi da intervistare qualche importatore, oltre ai pochissimi produttori italiani del settore. Quasi una lunga passeggiata tra i tanti padiglioni, la mostra fotografica del “Banale”, poi, poco prima di ripartire per Roma arrivai in un cantuccio dove un fotografo stava armeggiando con una 20×25, caricando pellicole polaroid e scattando su un fondo scuro intensi ritratti scegliendo i soggetti tra il pubblico, tra i tanti visitatori che sostavano incuriositi. Il fotografo era Paolo Gioli, il suo occhio indagatore si soffermò sul mio aspetto sofferente, e lo interessò. Il tempo di afferrare un maglione rosso da un ragazzo ed eccomi così rappresentato in eterno, o almeno finchè la mia Polaroid durerà. Era il 1979.

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