Somaini 956

Un primo maggio anni’90 a Somaini.

Quei due enormi cancelli spalancati sulla sommità della collina, appena lasciato alle spalle il bosco che orlava la via per Fiumicino, esercitavano su di me un’attrazione viscerale, come un gorgo, una soglia magica verso un altrove. La guardiola del portiere, sulla sinistra, appena varcato l’ingresso, mi ammoniva, mi suggeriva prudenza, ma quel giorno preciso, l’assenza di figure umane all’interno mi diede un’audacia insolita e, a piedi, osai varcare quell’enorme bocca di ferro. Non potevo ancora immaginare che tra quelle stalle silenziose e le poche case sparse avrei consumato ben ventiquattro anni della mia esistenza, che lì avrei intessuto e disfatto amicizie, aperto e richiuso vecchi amori, per poi imbattermi in quello che ancora oggi mi tiene ancorato alla vita. Ventiquattro anni, più di un terzo della mia storia. Fu un azzardo varcare quella soglia, lasciarmi risucchiare in quell’imbuto, ma il peggio, o forse il meglio, fu affacciarmi in quella stalla vuota, immensa come un hangar dimenticato. Il portone massiccio di legno era socchiuso quando, passeggiando pigramente dietro al “bisteccone”, come gli indigeni avevano ribattezzato l’ex fienile trasformato in un alveare di mini appartamenti, notai un gattone rosso sgattaiolare all’interno e non seppi resistere alla tentazione di seguirlo. Era uno spazio ciclopico, i soffitti a botte si inarcavano a più di sette metri d’altezza, due lunghe file di mangiatoie lo solcavano per intero e alle pareti, le piastrelle di un azzurro cielo che rivestivano ogni lato, conservavano ancora i nomi sbiaditi delle mucche che lì avevano trascorso la loro operosa esistenza. La folgorazione fu immediata, un colpo di vento che spazzò via ogni residuo di raziocinio. Avevo compiuto quarantadue anni quel giovedì 5 giugno 1980, l’anno della scimmia secondo l’oroscopo cinese, ma per un uomo come me era un’annata come un’altra, e non alzai la guardia, mi lasciai irretire dal fascino decadente di quell’hangar, e presi la scimmia, che mi strinse in un abbraccio tenace e mi trattenne lì finché non ne ebbe abbastanza. Una scimmia insinuosa, robusta e intrigante di cui non mi sono ancora del tutto liberato. Superando il cancello avevo notato l’assenza di figure senili, al contrario le panchine del piccolo giardino erano animate da una folla di ragazze procaci, donne dagli occhi vivaci che mi scrutavano con una sfrontatezza disarmante, sirene insidiose, complici astute di quella “scimmia” che già mi aveva messo gli occhi addosso. E io, in quel preciso istante, ero lo straniero misterioso, l’improbabile viandante con due Nikon a tracolla, una potenziale preda in quel contesto isolato dove era assai arduo, se non impossibile, capitare per caso. Siamo tutti asini e asine, è la natura, cos’altro potrebbe essere? “Evita di farti incantare dalle lusinghe di quelle belle sirene e concentrati,” mi ammonii, cercando di sottrarmi ai loro sguardi penetranti. Col senno di poi, so di aver fatto la scelta giusta. Somaini mi stava accogliendo con un sorriso sornione, come un felino che osserva la preda appena deposta, e io, lentamente, con la cautela che mi contraddistingue, stavo iniziando a muovermi guardingo in quel nuovo scenario. Mesi dopo eravamo ancora impegnati nel restauro dell’hangar quando un amico regista, che conosceva bene l’altro fotografo residente a Somaini, ma all’altro cancello, al civico 957, mi riportò un commento lapidario di Osvaldo Ottaviani: “Blasi? Sì, sì, so che è arrivato, l’ho visto di sfuggita al bar… ma nun se sà che vò fà…” Voleva dire, senza mezzi termini, che non ero andato a salutarlo, a rendergli il dovuto omaggio. Lui era il “decano”, il fotografo ufficiale di Somaini, insomma, lo stavo ignorando e lui, che aveva scoperto quell’Eden anni e anni prima di me, se ne stava seccando, sì, si era offeso parecchio. In qualche modo riuscii a rimediare, anche senza le smancerie che avrebbe preferito, e diventammo amici. Lui, burbero come la sua terra, in poco tempo arrivò a un punto tale di amicizia da passarmi lavori che riteneva più adatti a un giovane fotografo come potevo apparire io, un quarantenne alle sue stagionate pupille. Somaini era un posto strano, una cittadella di stalle e case sparse, circondata da decine e decine di ettari di terreno incolto, boschi ombrosi, marane silenziose e ruderi di antiche dimore. Un tempo era stata un’azienda modello, un fiorente allevamento di bovini da latte. Mille vacche avevano abitato quelle stalle, e migliaia e migliaia di vasetti di Yogurt Yomo erano stati riempiti con quel latte generoso. Adesso era popolato da una comunità eterogenea, un crogiolo di artisti bohémien, professionisti affermati e personale Alitalia, tutti attratti dalla vicinanza dell’aeroporto e dalla bellezza selvaggia del luogo. Un’umanità variegata e civile, colorata e alternativa quanto bastava, e simpatica, sì, davvero simpatica. Della vecchia Azienda Agricola erano rimasti in pochi: il vecchio falegname Maroni, un altro anziano di cui non ricordo il nome che piazzava lacci, crudeli trappole per catturare gli istrici, un paio di anziane coppie e Mario, il portiere, la vera anima di Somaini. Un signore sulla cinquantina che coltivava l’orto, curava un pollaio e portava a pascolare qualche pecora. Lo avresti scambiato per il tipico contadino, ma era un uomo intelligentissimo, arguto e curioso che un giorno, anzi una notte, mi invitò a guardare dentro un tubo, un pezzo di tubo fissato su un palo piantato nel suo orto e puntato verso il cielo. “Cosa ci vedi qui dentro?” mi chiese. Rimasi in silenzio, imbarazzato. Vedevo solo una piccola porzione di cielo, con una minuscola stella al centro… “La stella Polare,” disse soddisfatto. Era vero, era proprio la stella polare. Cosa importasse a Mario delle stelle ancora me lo chiedo, ma evidentemente era un diretto discendente di quei pastori Sumeri che diedero un nome alla maggior parte delle stelle che brillano sopra le nostre teste. Piano piano Somaini si trasformò, e si animò di attività artigianali: fabbri che battevano il ferro con gesti antichi, carrozzieri che ridavano vita a carrozzerie ammaccate, lo scenografo Izzo che creava mondi effimeri, un distributore di moquettes. E tutti, all’ora di pranzo, si ritrovavano da Isabella, colei che aveva trasformato il piccolo vecchio bar di campagna in una moderna tavola calda, quasi una mensa aziendale, dove ogni giorno all’una precisa anche le tre “lupe” che gestivano una baracca nel vicino bosco, esercitando la loro antica professione, venivano a rifocillarsi. Non erano giovanissime, certo, e neppure bellezze statuarie, ma vere professioniste che, orgogliosamente, ogni santo giorno, piovesse o meno e persino a Ferragosto, erano lì, sul posto di lavoro. Alvaro, il pizzicagnolo di Colle Marzolino che aveva il negozio accanto al bar, mi raccontò di una volta che Gigliola, la meno appariscente delle tre, un sedici agosto entrò di corsa nel negozio mentre lui stava per chiudere. Era trafelata, rossa in viso e accaldata, e visto che il bar era chiuso per ferie, si fece dare una bottiglietta d’acqua fresca, la bevve d’un fiato, si riprese e con voce stridula ma ancora affannata gridò: “Alvà, sò tutta ‘n foco, sò tutta ‘n foco, c’ero solo io oggi a Roma, solo io! Alvà, ma lo sai quanto ho incassato oggi? Seicentoquindicimilalire, hai capito Alvà? SEICENTOQUINDICIMILALIRE!”. Al che Alvaro, incuriosito dalla cifra bizzarra e per niente imbarazzato, le chiese: “Scusa Gigliò, mica pè famme gli affari tuoi, ma quanto prendi per una prestazione, insomma quanto te fai dà?”. “Alvà, dipende dar cliente, lo devo valutà, mica c’ho il cartellino co li prezzi fissi… diecimila, a volte quindicimila, ma quasi sempre solo cinquemila lire, mica me la posso conservà pè la vecchiaia, te pare?”. Il pluridecennale sodalizio delle tre lupe si interruppe bruscamente anni dopo, per una banale storia di concorrenza sleale. Gigliola aveva pensato bene di abbassare i prezzi di certe sue prestazioni, diciamo, “particolari”.

  1. continua…

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