Somaini 956, le Lupe

Il branco di cavalli di Tombini al guado della marana.

Somaini, un posto unico, un piccolo villaggio circondato da cinquecento ettari di prati e boschi di querce, mandrie di bovini, branchi di cavalli e greggi. Liberi di correre e brucare l’erba, come è giusto che sia. Come libera era l’umanità che lo abitava, che lo frequentava, un microcosmo in cui potevi trovare di tutto, ogni possibile rappresentanza del genere umano. Senza scendere troppo nel dettaglio, nel pettegolezzo dei fatti personali, delle persone, mantenendomi insomma in superficie posso solo sperare di riuscire a raccontare quello che ho vissuto, e quanto ho visto e sentito di persona in quel lungo tempo che ho vissuto lì. La prima cosa che saltava agli occhi quando, appena lasciate le ultime case di Roma, si attraversava il grande bosco di querce, era il capanno, la baracchetta, dove le tre “lupe” concedevano le proprie stanche ma operose grazie ad una clientela abituale, ormai quasi dei familiari cui a volte cucinavano in un grande pentolone sulle braci di un fuocaccio acceso davanti al capanno. Questo accadeva un tempo, almeno finché Isabella non prese possesso del vecchio bar di Ernesto e Teresina, un bar di campagna in cui potevi sperare di trovare solo uova sode e vino bianco a mescita. Un vino che si poteva considerare potabile solo allungato con gazzosa o aranciata, come d’altronde facevano per sopravvivere i pochi anziani che stazionavano a lungo nei tavolini esterni. Isabella, Isabelva come la chiamavano i maligni, aveva intuito che lì, lontano da tutto, poteva già contare su una buona clientela, oltretutto poco o affatto esigente: gli artigiani che si erano lì trasferiti. Sigarette e caffè al mattino, e poi all’ora di pranzo un rapido ed economico pasto. L’intuizione era giusta e infatti prese rapidamente piede, arrivarono gli operai delle cave, i marmisti, i camionisti, i fabbri, i meccanici. Quasi l’intera, affezionata clientela delle lupe, che proprio per mantenere buoni rapporti ”commerciali” presero a venire a pranzo da Isabella. La refezione era organizzata su dei grandi tavoli comuni all’interno di uno spazio esterno al bar, ma al coperto, un pasto sociale, tutti seduti uno a fianco all’altro su lunghe panche. In una di queste occasioni, mi trovai di fronte l’amico Paolo, il signore delle moquettes, noi due in un tavolo e nel tavolo affiancato un gruppetto di operai, dietro di me, quasi a contatto di spalla, era seduto un anziano fabbro, i capelli tinti di un nero irreale, gli occhiali incrostati di schizzi di saldatura, un omone grosso, enorme con due grandi mani e un vocione assordante che non riusciva a tenere a freno. Di fronte a lui, in striminzita minigonna, Gigliola, una delle lupe. Entrambi ripercorrevano la loro antica frequentazione, l’amicizia, la passione. Paolo, che era un tipo schizzinoso, era seduto proprio davanti a me e da quella posizione poteva assistere alle manovre che l’enorme fabbro eseguiva tra le cosce di Gigliola, “non ce la faccio a vedere questo, ti prego, scambiamoci di posto”  mi disse, non rendendosi conto che l’estrema vicinanza tra i tavoli avrebbe reso ancora più chiaro cosa stesse accadendo sotto quel tavolo. Il movimento ritmico della mano del fabbro, infatti, produceva un suono, un rumore, un gorgoglio molto più esplicito, esplicativo di cosa stesse facendo con quella mano. Come se non bastasse, proprio mentre Paolo stava per portare alla bocca la forchetta con gli spaghetti arrotolati il fabbro sbotto: “ Gigliò, raccontaije tu a sti stronzi le scopate che se semo fatti, e pure la gran leccata di fica che t’ho fatto ieri…” Era troppo, Paolo immaginò la scena, forse figurò se stesso in quella attività e sbiancò in volto, poggiò la forchetta, si alzò e barcollando, piano piano, si avviò fuori. Educatamente in perfetto silenzio.  

2) continua

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