
Se la rideva stamattina Carlo, sì, proprio lui… mentre noi, poveri fessi, lì a salutarlo con le lacrime agli occhi, straziati. Straziati, sì, ci aveva fregati tutti, come al solito. Se n’era andato così, senza un perché, senza un avviso. Rapido. Troppo rapido. D’altronde, era il suo carattere, quello… irruento. Decisioni improvvise, tutto a gambe all’aria in un secondo. O magari una reazione violenta, d’istinto, per un nonnulla. Un pretesto, una cazzata. Ci eravamo conosciuti, boh, quasi per caso, a metà anni ’60, più o meno. Diversi, noi, diversissimi. Ma con qualche punto in comune, sì. Punti che ci facevano sopportare o apprezzare, chissà. E poi ci piaceva, ci dava un certo gusto, imbucarci alle feste. Proprio quelle dove non eravamo invitati. Per sfida, certo, che altro? Come quella volta a Piazzale delle Muse. Nessuno ci conosceva, e noi… pure noi, nessuno. I padroni di casa, venezuelani. Forse amici di altri venezuelani, quelli della nostra piazza. Così, forse, avevamo saputo di quella festa. Entrammo, salutando, eh, educatamente chi ci aveva aperto, proprio come si deve. Mentre tutti i maschietti, lì, ci squadravano torvi. Già si capiva, dall’abbigliamento. Noi, jeans, le solite Clarck. L’Alan Paine a collo alto, i braccialetti greci io. E loro, invece… imbarazzanti. Collettoni, cravatta, pantaloni con la riga, perfino. E le scarpe? Gli orrendi mocassini Saxon, quelli con le nappine. Roba da vomito. Non poteva che finire male, no? Era scritto. Anche perché alle ragazze, invece, piacevamo. Naturalmente. E infatti, un paio subito si avvicinarono. Le solite domande. Come eravamo capitati lì, e… le solite panzane, giù. “Un vostro amico venezuelano, sì, ci ha dato appuntamento proprio qui… arriverà tra poco.” Bugie. Ma l’ostilità dei maschietti, le occhiatacce, le scortesie… roba che ti scatenava una rabbia sorda. Una rabbia che stavo per sfogare, col solito rituale di “fine festa”. A quel tempo, ero incazzato col mondo. Parecchio, forse troppo. Bastava un niente per scatenare cattiverie. Vere cattiverie. Non del tutto immotivate, forse, ma esagerate. Assai esagerate. Ma mentre ero lì, nei bagni, a mescolare creme depilatorie e shampoo… a versare profumi e saponi nella vasca tappata… per poi infilzare i rebbi di una forchetta in una presa elettrica, e far saltare tutto… sentii che qualcosa stava succedendo, tra Mazza e un paio di pariolini. E assai robusti. Lo stavano provocando. E Carlo, lui non era il tipo che lascia correre. Mai. Lasciai perdere la forchetta, chiusi le porte. Le due chiavi in tasca. Corsi da Carlo. “Andiamocene, dai, presto! Lasciali stare, sono due str…” Non riuscii a finire. Uno dei due, quello con cui Mazza discuteva, gli diede uno spintone. Per spingerlo via, verso l’ingresso. E Carlo… un diretto al volto. Naso spaccato. Sangue che colava abbondante. Dovevamo andarcene. Subito. Fuori da quella casa, scappare. Prima che si accorgessero del casino nei bagni. Ma lui no. Ancorato alla porta. Braccio sinistro e gamba incollati allo stipite. Il destro a picchiare, duro, tutti quelli che arrivavano per cacciarlo via. Io ero già sul pianerottolo, fuori dalla rissa. “Carlo, dai, andiamocene!”… Mollò la presa. Un ultimo insulto, così, per gradire. E quelli chiusero la porta. Carlo era così. Pochi minuti dopo, già rideva. “Hai visto che destro gli ho tirato?” Un attimo, e poi calmo. Tutto rimosso. Già. Un’altra volta me lo vidi arrivare a casa di mamma. Con Olivier. “Ci presti la tenda? Andiamo al Circeo… te la riportiamo lunedì.” “Eh? No. Vengo anch’io.” Laconico. Il biglietto a mamma. “Vado con Carlo al mare, torno lunedì.” Forse sicuramente. Montammo la tenda nella pinetina di Torre Olevola. Marzo, nessuno in giro, solo noi e il vento. E il mare. Quella notte, a pescare le spigole. Io, senza muta. Solo un maglione pesante. Maschera, pinne, fucile, torcia subacquea. L’acqua, gelata. Ma tenendo le ascelle aderenti al corpo… riuscii a resistere. Giusto il tempo di infilzare due belle spigole. Che finirono, subito dopo, sui carboni ardenti. Su una griglia. E poi, senza dormire un minuto, andammo a vedere l’alba. Dall’alto del Monte Circeo. Vento da nord. Freddo. Cattivo. Ma anche il profumo della macchia. E lo spettacolo delle isole. Galleggiavano su un mare appena increspato. Un prato verde/blu, modellato dal vento teso. Ponza. Il futuro “regno” di Mazza, grazie alla tramontana sembrava a portata di mano. Solo poche bracciate. Quella stessa notte in pineta, stesi sui sacchi a pelo, rimbambiti di sonno e non ancora paghi di quella libertà inconsueta. Cercammo di tirarla a lungo. Di godercela, fino in fondo. Olivier prese la chitarra. Si mise a suonare. Voce calda, suadente. Attaccò il suo cavallo di battaglia. “I Started a Joke” i Bee Gees, gli amati/odiati Bee Gees. Carlo sorrise soddisfatto. Quel pezzo gli ricordava una ragazza. Un amore, più che recente, attuale. Impose subito di ripeterlo. All’infinito. Ogni volta che Olivier stava per finire, Carlo lo obbligava a ricominciare. Poi si stancò. Ma a un certo punto anche Oliver si stancò. E prima di ripetere per l’ennesima volta lo stesso pezzo, prese a chiedergli, ripetutamente, a voce bassa: “Mazza dormi? Mazza dormi?”. «Ah… non so più quante volte… ero già mezzo addormentato io… quando Carlo, quel pazzo… Si rizzò come un dannato, di botto! Urli da schiantarti i timpani… “MAZZA DORMI! MAZZA DORMI! ECCHECAZZO! Io che sprofondavo tra le tette di… VAFFANCULOOOO…” Un demonio! Strappò i picchetti… la tenda ci crollò addosso… un schifo di tela umidiccia e sudicia… e lui là, a menar calci… cieco di rabbia… Poi… zac! La pisciata… uno scroscio d’inferno sulla tenda… per fortuna quella merda di tela era impermeabile… ah, beata tecnologia!… Finita la vacanza? Macché vacanza… ormai un incubo, una farsa! Dopo la sfuriata… tutto ammucchiato alla rinfusa nella 500… un ferrovecchio scoppiato, altro che Abarth… e Roma là in fondo, a 100 e più km… ma le palpebre di piombo… un sonno da morti… pochi chilometri ancora e… BAM! Accostati in uno spiazzo? Macché spiazzo! In croce all’inferno… tra l’Appia e la Fettuccia di Terracina… un incrocio maledetto… e il TIR… eccolo che arriva come un dio ubriaco… trombe che spaccano il buio… i timpani BUON-GIOOOOOORNOOOO!… un urlo di metallo… a un pelo da noi, dai paraurti… ci ha salvati? Forse… forse sì, o forse voleva solo sfinirci… machissenefrega… la vita è tutta lì… un corno che ti risparmia la fossa…» Perché «Tutto è sempre peggio di quel che sembra, ecco la verità…» (cit)

