
“Nipoti miei diletti”, così si chiamava il film che mi era stato proposto. Avrei fatto il fotonico, come tante altre volte nelle produzioni di Gianni Minervini. La storia si svolgeva nel ventennio, all’inizio della guerra d’Abissinia e raccontava di una zia che voleva salvare i suoi nipoti, impedendogli di partire per il fronte. Avremmo girato a Chiusi, nella Tenuta di Dolciano e d’inverno, chissà poi perché, forse per le atmosfere tetre della stagione, o forse per altre necessità produttive. Non mi feci alcun problema, avevo bisogno di quel contratto piovuto dal cielo, anzi, da Stefano, che nel film era parte dell’organizzazione ed era un amico che sapeva tutto di me, che il mio matrimonio era finito in frantumi e che stavo riprendendo in mano la mia vita con una nuova compagna… Ma lasciamo stare, torniamo a Chiusi e al film. Rifiutai di andare in albergo, come d’altronde fecero Stefano e Marc Porel, uno degli attori, che veniva della “scuderia” di Delon, e con loro tutta una tribù di amici, mogli, figli e fidanzate, tra cui spiccava, per originalità e stranezza, una giovane costumista, Medka, che non aveva alcun ruolo nel film ma che era sempre presente ovunque andassimo, persino sul set. Adorava il mio cane Toiffel, e trovandolo meraviglioso, gli mordicchiava il labbro, come fosse il suo ganzo.
L’intera tribù affittò una bella villa, vicino al lago, io invece, con la mia compagna, il microfonista e Toiffel, ci accampammo nel secondo piano di un grande casale, che ci era stato proposto da un contadino, una romantica casa in pietra senza riscaldamento ma con grandi stufe e camini, che non accendevamo: non ne avevamo mai il tempo. Di giorno perché eravamo sul set e di notte perché avevamo, anche lì in campagna, un’intensa vita sociale.
Il primo fine settimana, di buon mattino, fui svegliato da un nome, urlato con tutto il fiato ”ROMANELLAAAA, ROMANELLAAAAAA”. Dalla finestra vidi arrivare al galoppo un enorme cavallo, una bestia magnifica con una lunga criniera e zoccoli tozzi, un cavallo da lavoro, da tiro a cui Antonio, il padrone di casa, stava porgendo pezzi di pane duro e qualche resto di verdura. Antonio era un miracolato, un uomo che era stato travolto da un’auto e fu trovato con le viscere sparse sull’asfalto. A detta dei medici che lo avevano operato non sarebbe sopravvissuto e così non si preoccuparono di richiudergli bene l’addome e dopo avergli ricollocato gli intestini al loro posto, si limitarono a richiudere “esteticamente” la pancia. Un corpo già pronto, insomma, per la camera mortuaria. Durò a lungo tra la vita e la morte, aveva una forte fibra, e poi non morì, rimase così, senza più i muscoli addominali, costretto a portare una cintura di contenimento per tenere insieme i visceri. Era però un tipo allegro, beato lui, e nonostante tutto ringraziava Iddio di essere vivo, aveva anche conservato il buonumore, e, dotato anche di una certa arguzia, amava intrattenerci con storie incredibili di un mondo per noi assolutamente sconosciuto, quello dei contadini e della loro vita. Scoprimmo così che “fare veglia” voleva dire passare notti intere a bere, spizzicando ogni tanto qualcosa, e raccontandoci vicendevolmente fatti della propria vita. Apprendemmo che il sale era ritenuto cosa preziosa, che andava usato con estrema parsimonia e che solo nelle feste era lecito abbondarne, rovinando così ogni cibo, che, pure esageratamente salato, non veniva sprecato, anzi finiva sempre. Un dì di festa ci invitò a cena e mangiammo con lui e la sua famiglia, l’oco con patate, cotto in un grande forno a legna da pane (facevano anche il pane in casa) e, come da tradizione, facemmo veglia. Ci raccontarono ogni cosa della loro famiglia, sgranando un tanto d’occhi ai miei racconti dell’infanzia trascorsa in Brasile, del ragno pintinho che mi camminò sulla schiena prima di mordermi, del serpente corallo che voleva addentarmi il pisello…e della perfida Donna Gilda a cui dovevo in ogni caso i miei modi educati, e l’odio per il mondo.
Il tempo trascorreva così, abbastanza tranquillamente, e anche le riprese procedevano senza grossi scossoni fino a quando, un brutto giorno, eravamo in paese a girare delle scene, e qualcuno pensò bene di fare uno scherzo da prete a Minervini, mettendogli in macchina un fumogeno acceso, e i vetri, coperti da una coltre nera, sembrarono strani agli occhi di un attore. “Gianni, ma che hai messo i vetri oscurati alla tua auto?” gli disse, scatenando un putiferio. Ovviamente fui immediatamente “sospettato” e Minervini saltò su tutte le furie, minacciò di non pagare più nessuno se non fosse saltato fuori il responsabile, poi per fortuna si calmò, la lavorazione riprese il solito ritmo e il colpevole tirò un bel sospiro di sollievo. Posso solo dire che no, quella volta almeno, non ero stato io.
Anche i fine settimana passavano tranquilli, nel più completo dolce far niente, tra passeggiate bucoliche e incontri di boxe. Perché, nella villa della tribù, era stato allestito un ring, non proprio regolamentare, ma un ring. Marc Porel, infatti, praticava la boxe e doveva allenarsi ogni giorno, chissà poi perché, forse solo per tirarsela un po’. E una bella (!) sera ci propose di fargli da sparring partner: avremmo dovuto, a turno, incrociare i guantoni con lui. Quando toccò a me feci lo sbruffone, anzi il cretino, e approfittai della sua guardia abbassata per tirargli un destro al volto. Restò un attimo perplesso, incredulo che io …e mal me ne incolse. Lui, che era un quasi professionista, mi squadrò sornione e poi, con un diretto sul naso e un uppercut, mise fine all’amichevole incontro. Uscii al freddo e con l’amor proprio ferito e barcollante cercai consolazione nell’unica trattoria sulla riva del lago, il Pesce D’Oro, che forniva i “cestini”, i pranzi della troupe, preparati ogni giorno da Wilma: pici al pesce di lago, pici all’aglione, ribollita, zuppe di fagioli, polli ruspanti alla cacciatora e verdure, tante verdure. Un desinare da privilegiati, che però non incontrava l’entusiasmo della troupe, troppo abituata ai cestini classici (e tristi) della capitale. Una particolare dieta che mi fece ingrassare di parecchi chili, costringendomi ad allagare il giro vita dei miei strettissimi jeans. Quella sera, vedendomi arrivare così mortificato e pesto, Wilma mi propose il brustico, una ricetta etrusca, una deliziosa grigliata di pesce di lago da gustare con solo poche gocce di olio toscano. Che irrorai, invece, di gocce di sangue, ma divorai ugualmente con voluttà.
